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di MARCO TORRIANI 22 lug 2026 21:21

Il ritorno delle Province

La lettera del Consigliere Nazionale di Insieme - Lavoro e Famiglia, Solidarietà e Pace

Ho letto l’apprezzamento del Consigliere Comunale Paolo Fontana sul ripristino delle Province in Friuli Venezia Giulia. Anni addietro, in occasione dell’approssimarsi di una riforma regionale di un servizio pubblico strategico, colsi la sollecitazione avviata dalla Società Geografica Italiana (SGI) che ha pubblicato nel 2013 il volume “Il Riordino Territoriale dello Stato – riflessioni e proposte della geografia italiana” a cura di Michele Castelnovi, al fine di evidenziare alcuni rischi evolutivi e di porre dei correttivi cogliendo l’opportunità dei suggerimenti dello studio. L’obiettivo della SGI è ridisegnare un’Italia suddivisa in 36 nuove regioni che sostituiscono le attuali province e gli attuali confini regionali per diventare i centri cardine della gestione amministrativa, progettuale e dello sviluppo, più prossimali e fruibili per i cittadini e per chi lavora nei settori interessati. L’obiettivo è quello di presentare un’organizzazione dell’Italia articolata in una molteplicità di centralità strategiche secondo l’individuazione di una pluralità di nuovi fattori di localizzazione, che sostengano un ritaglio amministrativo e di sviluppo adeguato al territorio. Riporto alcuni paragrafi interessanti con alcune unioni di sintesi: le funzioni urbane: i sistemi metropolitani caratterizzati da valori più elevati di densità di insediamenti (residenziale, imprenditoriale, terziaria, di servizio, di articolazioni dello Stato) rappresentano delle realtà fondamentali; la dimensione fisica e funzionale: la presa in carico e la verifica dell’efficienza dei contesti delle aree urbanizzate adiacenti ma nel contempo aggregabili funzionalmente al “cuore” in quanto sistemi di riequilibrio residenziale, produttivo, turistico, del tempo libero, dei servizi alla persona. In questo quadro rientrano le cosiddette aree libere che si trasformerebbero da territori indifferenziati ad aree funzionali specifiche del sistema di riferimento; le reti di connessione: la verifica dell’accessibilità fra queste entità territoriali e le zone circostanti dal punto di vista delle infrastrutture; la presa in carico del capitale relazionale, sociale e la valorizzazione patrimoniale: cioè una combinazione di vantaggi specifici sintetizzabili in quattro attributi che potrebbero interagire e rafforzarsi reciprocamente quali il patrimonio storico-artistico, le componenti ricettive, la dimensione culturale, il patrimonio ambientale; l’individuazione di quei casi in cui il sistema prevede la presenza di due o più centri che rappresentano congiuntamente una “centralità diffusa”; la popolazione deve partecipare all’approvazione della proposta che dev’essere oggetto di consultazione; le nuove regioni saranno il più possibile autosufficienti potendo beneficiare al proprio interno dell’esercizio del maggior numero possibile di funzioni.

Come giustamente si legge nel testo della Società Geografica Italiana, il giungere al traguardo del riordino non è da svolgere in fretta e senza metodo: perché non è creando divisioni o unioni calate dall’alto, con pessimi riscontri sul territorio, che si risparmia sui costi. Pertanto, occorre riproporre due quesiti: la Provincia è una divisione territoriale inutile e quindi va del tutto abolita, per ricreare dal basso un’entità amministrativa intermedia fra Comune e Regione fondata su altri principi? Oppure si ritiene utile, e allora va mantenuta senza accrescerne a dismisura e artificiosamente il territorio?

Gli stessi quesiti si possono riproporre anche sulla questione delle Regioni: hanno ancora un senso le Regioni oggi e in futuro considerato il loro trascorso? Instradare tagli amministrativi avulsi da una conoscenza reale e storica del territorio con tutto il contenuto, ricavandoli sulla base di improbabili soglie di popolazione e superficie, come se il territorio si potesse scomporre e ricomporre a piacere in cui l’unità geografica, e lo spazio vissuto non svolgono alcun ruolo, non è un metodo razionale. Questo metodo lo si constata da tempo, quando si decide di mettere mano a riforme sui servizi alla persona, stravolgendo assetti molto delicati e strategici.

Se le Province costassero molto, non dipenderebbe tanto dal fatto che sono numerose, ma come sono organizzate da un certo sistema politico, partendo dagli aspetti più rilevanti che connotano gli intrigati collegamenti della macchina amministrativa: Comuni, Province, Aree metropolitane, le numerose articolazioni di enti territoriali quali Comunità Montane, ASL, Distretti del Commercio e del Lavoro, Unioni di Comuni, Consorzi di bonifica, Polizie Locali Intercomunali, Aree di sviluppo industriale (ASI), Parchi naturali, Ambiti territoriali ottimali (ATO – per la gestione acque, energia, rifiuti), Sistemi economici locali (SEL), Distretti scolastici, Comprensori della Salute (associazioni fra Comuni e ASL per l’ottimizzazione socio-sanitaria). Da considerare anche l’ambito del settore privato e non-profit che eroga un servizio pubblico, avente medesime funzioni di paralleli servizi pubblici, che si trovano a duplicare le stesse funzioni nel medesimo ambito territoriale, lasciando molti territori senza servizi pubblici essenziali; gli enti ecclesiali o di altre confessioni religiose, che cooperano e partecipano alla vita comunitaria attraverso rapporti con le istituzioni amministrative. Infine le articolazioni territoriali dello Stato con funzioni a volte simili: Prefetture, Questure, Comandi delle Forze di Polizia e del Soccorso Pubblico, Agenzie governative ecc. In Italia le aree metropolitane sono state designate dal legislatore senza tener conto di alcun criterio scientifico e la loro delimitazione è stata affidata alle singole Regioni, che hanno applicato considerazioni politico-elettorali o hanno optato per semplificazioni sommarie e inaccettabili.

Ciò che si dovrà evitare, come esposto letteralmente nel testo, è procedere alla massiccia abolizione delle province e ad accorpamenti che ne snaturino la rispondenza al territorio, avulsi da un progetto e con la sola, improbabile motivazione della revisione della spesa. Il ridisegno dei confini amministrativi di uno Stato è compito delicato che richiede riflessioni, il supporto di esperti del territorio e un filo diretto e non mediato con la popolazione interessata. Il mosaico politico-territoriale deve rispondere non solo a certi parametri statistici, ma essere anche e soprattutto compatto e omogeneo dal punto di vista geografico e storico-culturale, dev’essere un territorio in cui la popolazione possa riconoscersi e avvertirlo come spazio vissuto. Se invece è il risultato di una sommaria esercitazione cartografica di chi, digiuno di geografia e non solo, è chiamato a rispondere in fretta alle urla della piazza e a tacitarle con un esempio più formale che sostanziale – ma facilmente spendibile – dei tagli ai costi della politica, diventa un nonsenso nel quale è difficile identificarsi, e il rimedio si rivela peggiore del male.

MARCO TORRIANI 22 lug 2026 21:21