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di PAOLO FONTANA 04 ago 2026 11:35

Immigrazione: ripartire dalle cause

Nel dibattito sull’immigrazione, così come si è sviluppato negli ultimi anni, sembra mancare una premessa fondamentale, indipendentemente dalle diverse posizioni politiche e culturali: prima ancora di discutere come accogliere, integrare, respingere o regolare i flussi migratori, dovremmo interrogarci sulle ragioni che costringono milioni di persone ad abbandonare la propria terra, la propria famiglia e la propria comunità.

Vedere centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini affrontare viaggi estremamente pericolosi per sfuggire alla fame, alle guerre, alle persecuzioni, alle carestie o alla totale assenza di prospettive costituisce, prima di tutto, una sconfitta dell’umanità. Queste persone sono spesso esposte alla violenza dei trafficanti, allo sfruttamento, alla detenzione, alla tortura e al rischio concreto di perdere la vita durante il viaggio.

Per questa ragione il dibattito non può consistere soltanto nell’accogliere chi riesce a partire. Deve consistere, prima di tutto, nel creare le condizioni affinché nessuno sia obbligato ad abbandonare la propria patria per poter sopravvivere o costruire un futuro dignitoso altrove.

Esiste, in altri termini, non soltanto un diritto a migrare, ma anche un diritto a non essere costretti a farlo.

Occorre quindi domandarsi perché la comunità internazionale non agisca con maggiore determinazione per contrastare quei sistemi di potere che impediscono lo sviluppo di intere nazioni. In molti Paesi, oligarchie militari, tribali, economiche, ideologiche o religiose controllano le istituzioni, reprimono le libertà, sottraggono risorse alla popolazione e ostacolano la nascita di economie realmente autonome e sostenibili.

Non si tratta di imporre dall’esterno modelli politici o culturali, né di riproporre forme di ingerenza o di neocolonialismo. Si tratta, piuttosto, di sostenere lo Stato di diritto, la formazione, la sanità, le infrastrutture, la libertà economica, la partecipazione democratica e la capacità delle popolazioni locali di utilizzare le proprie risorse a beneficio della collettività.

Non può inoltre essere ignorato il ruolo svolto da determinati interessi elitari economici-finanziari internazionali. Governi autoritari e oligarchie locali possono risultare interlocutori convenienti per chi intende ottenere materie prime, concessioni, manodopera o condizioni commerciali favorevoli, senza dover rispondere alle esigenze della popolazione. In questo modo, lo sfruttamento delle risorse e l’impoverimento dei territori finiscono per alimentare proprio quei flussi migratori che l’Europa dichiara poi di voler governare.

Allo stesso tempo, un’immigrazione di massa non adeguatamente programmata, regolata e accompagnata rischia di diventare insostenibile sia dal punto di vista economico sia da quello sociale. Può produrre tensioni nelle comunità di arrivo, esercitare pressione sui servizi pubblici, favorire forme di marginalizzazione e alimentare un dumping salariale e sociale che danneggia tanto i lavoratori immigrati quanto quelli già presenti nei Paesi di destinazione.

Ignorare questi effetti significa lasciare che il costo umano e sociale dell’immigrazione venga sostenuto soprattutto dalle fasce più fragili della popolazione, mentre altri soggetti possono trarne vantaggi economici.

Per questo il confronto pubblico non dovrebbe essere ridotto alla contrapposizione tra chi vuole “accogliere tutti” e chi vuole “respingere tutti”. Entrambe le posizioni, quando vengono presentate in termini assoluti, rischiano di affrontare soltanto la fase finale del fenomeno.

Una politica seria deve intervenire sulle origini dei flussi migratori: cooperazione internazionale verificabile, contrasto alla corruzione, accordi commerciali equi, sostegno alle imprese e alle comunità locali, tutela delle risorse naturali, investimenti nella formazione e condizionamento degli aiuti al rispetto dei diritti fondamentali.

Finché non torneremo ad analizzare con coraggio le cause economiche, politiche e geopolitiche delle migrazioni, continueremo a discutere soltanto delle conseguenze. E ogni posizione sull’immigrazione, per quanto animata da buone intenzioni, resterà priva della sua premessa essenziale: la vera giustizia non consiste nel rendere meno drammatico l’esodo, o accettabile l'accoglienza ma nel fare in modo che partire non sia più una necessità imposta dalla fame, dalla violenza o dallo sfruttamento.

PAOLO FONTANA 04 ago 2026 11:35