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di RENATO COBELLI 24 giu 2026 16:06

La processione mariana: reperto archeologico?

Maggio è il mese della luce, della rinascita della vita nei prati, della fioritura delle rose. Un tempo il popolo cristiano (spesso lo facevano i bambini) donava le rose da poco spuntate alle statue della Madonna. Maggio è anche il periodo dell’anno dedicato ai pellegrinaggi e alle processioni nei Santuari mariani, per la recita del Rosario.

Le origini di questa tradizione, che associa questo mese di primavera alla figura della Madre di Dio, sono antichissime. L’esortazione apostolica del 1974 di Paolo VI, “Marialis cultus”, scritta alla luce della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, dice che “il popolo di Dio, alla stregua della Madonna, si prepara (anche liturgicamente) ad accogliere il Redentore, con la stessa fede, sensibilità e devozione che Ella sperimentò nell’attendere il Figlio di Dio per il tempo della sua nascita”.

In questa prospettiva, secondo le indicazioni degli ultimi Papi, dovremmo guardare a Maria come madre, sorella, compagna del nostro pellegrinaggio interiore verso il cielo. Essendo Lei amica di Dio, è anche amica nostra.

La tradizione mariana della parrocchia di Villa ha radici nella sfera religioso-culturale di un ambiente prettamente rurale e tradizionalista. Un tempo, infatti, questo territorio aveva come punto di riferimento un orizzonte sociale caratterizzato dalla presenza di numerosi e solidi contatti: spazi della vita famigliare, spazi dell’ambiente esterno ricchi di richiami e segni da cui riconoscere anche la presenza benevola di simboli e figure religiose. Anche il tempo annuale e quello della vita personale era scandito da eventi religiosi. La gente aveva messo assieme riti e preghiere, vissuti esperienziali e relazioni, oggetti e benedizioni, devozioni e luoghi sacri in forme quasi sincretistiche. Era un tempo in cui l’uomo aveva realizzato con la natura un armonioso equilibrio, misto a forme di soggezione sacra.

Oggi, invece, c’è uno sfruttamento esorbitante della natura. Siamo in un’epoca che ha messo la fede in secondo piano, oppure l’ha confusa con un insieme di obblighi morali e di verità da accettare passivamente. Potremmo dirla così: oggi la Chiesa si trova in un tessuto che in prevalenza, anche culturalmente, non condivide più il riferimento al Vangelo. Da qui la domanda: anche la processione mariana è da considerarsi “un reperto archeologico”, partecipato solo da una platea di anziani?

Penso che sia questo il momento di prendere confidenza con questo dato, con fiducia e speranza, cercando di mostrare un volto diverso della religione cattolica. Occorre (a mio parere) mettere in atto esperienze utili a far maturare piste nuove di ricerca, liberandoci (forse) anche di qualche atteggiamento caratterizzato da prevenzione e pregiudizio.

Probabilmente è utile saper cogliere e coltivare gli stimoli necessari alla valorizzazione del patrimonio di esperienze facilitanti la comprensione e la condivisione di valori significativi per la vita quotidiana. Ho negli occhi la marea umana che ha accompagnato la lunga visita del Papa in Spagna: una religiosità che ha a che fare con la quotidianità e con i terribili e inquietanti problemi di questa nuova fase della storia. Anche le processioni possono diventare, più che un ricordo nostalgico, “un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro” (Leone XIV). 

Mi pare che la Madonna, portata processionalmente lungo le strade trafficate da quest’umanità inquieta, voglia ripeterci quello che disse agli inservienti alle nozze di Canaan: “Fate quello che Egli vi dirà”.

RENATO COBELLI 24 giu 2026 16:06