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di MARIA MAGNANI 10 giu 18:32

Racconti dalla prima linea

La testimonianza della dott.ssa Maria Magnani, anestesista dell’Istituto Clinico Città di Brescia

“Mi farebbe la carità cristiana di aiutarmi a mettermi sul fianco?” Questo mi ha chiesto gentilmente un paziente tetraplegico da tanti anni, arrivato in Pronto Soccorso per sospetta Covid. Sono una giovane dottoressa anestesista dell’Istituto Clinico Città di Brescia. In questi mesi ho lavorato anche in Pronto Soccorso oltre che in Terapia Intensiva. Ricordo la sera del 29 Febbraio: Pronto Soccorso deserto. Poi, giorno dopo giorno, un continuo arrivo di ambulanze da ogni dove, perfino da Crema e Bergamo. Città sommerse che non riuscivano più a ricoverare le vittime di questo virus ignoto e letale. Un uragano che ha travolto anche noi. Dietro ogni Codice “Verde”, “Giallo”, “Rosso” vi assicuro ci sono stati volti, nomi, persone e famiglie.Rigoroso il rituale della vestizione di ogni operatore per ciascun paziente da visitare: accurato lavaggio delle mani, sovrascarpe, doppia copertura con guanti, camice, cuffietta e visiera. Fondamentale la mascherina…quella mascherina con filtro introvabile e rara nei primi tempi. Così bardati, si attraversavano le corsie a passo veloce per raggiungere i pazienti più critici e sostare vicino a loro. La “fame d’aria” nonostante l’ossigenoterapia ad alti flussi e il deterioramento clinico progressivo rendevano urgente il ricorso a manovre invasive per sostenere le funzioni vitali. Anche in Pronto Soccorso ho visto pazienti di tutte le età. Alcuni dei più giovani erano affetti da Sindrome di Down e con un sistema immunitario troppo debole per resistere all’infezione da Covid. Altri pazienti erano avanti con gli anni, la diagnosi e il quadro clinico già mi facevano sospettare l’evoluzione infausta. Alcuni di loro sono spirati in Pronto Soccorso in attesa di un posto letto. In effetti, il numero di pazienti era oltre ogni aspettativa. Ad ogni flussimetro era collegato un paziente e il numero di bombole d’ossigeno in dotazione riusciva appena a soddisfare l’altissima richiesta.

Un Collega internista con cui collaboro ha paragonato la situazione surreale che stavamo vivendo a una lotta contro un nemico gigantesco con proiettili rappresentati da palline di carta.Senza certezza di efficacia, si impostavano terapie sperimentali. Anche se i farmaci si erano dimostrati efficaci contro altri virus della stessa famiglia del Coronavirus riducendo la carica virale e interferendo con la fusione virus/cellula ospite, lo standard terapeutico restava soprattutto di supporto per il controllo dei sintomi dovuti all’infezione. Ricordo anche la mancanza di tutto ciò che prima era quotidiano: il caffè al bar, la frettolosa pausa pranzo in mensa, le visite ambulatoriali, etc.. Ricorderò la consapevolezza negli occhi degli anziani, la serena accettazione di quel paziente che a tutti diceva di “stare calmi”. Stessa malattia, diversi modi di affrontarla. L’ultimo saluto per alcuni è stato un semplice “Io vado..ci sentiamo” dopo aver scelto quale dei due coniugi mantenere ricoverato in ospedale a motivo del quadro clinico più complesso, gravato dagli anni e da più patologie. Le vere priorità si palesavano essere i contatti. Sin dall’ingresso in Pronto Soccorso doveva essere registrato un recapito telefonico di un familiare per avere notizie più precise delle terapie in atto a domicilio e per comunicare coi familiari stessi, per aggiornarli dell’andamento clinico durante il ricovero. Tanti figli mi hanno chiesto se la propria madre avesse mangiato, avesse cominciato la fisioterapia, fosse contenta oppure triste. Lontananze accorciate da videochiamate anche tramite tablet e smartphone: abbracci virtuali all’epoca della pandemia! In alcuni casi, mi sembrava di stringere quelle mani al posto dei loro figli. Alcuni pazienti migliorando hanno lasciato i loro sorrisi nei selfie anche con gli infermieri e gli ausiliari del Blocco operatorio e della Terapia Intensiva che li hanno assistiti. Ricordi veri, valorizzati dalla fatica di aver riportato il sorriso su quei volti.

Un’altra paziente durante il giro visite mi ha fermato. L’ho ascoltata e mi ha confidato: “Mio marito è morto in un altro ospedale mentre io sono ricoverata qui. Non lo vedrò più”. Inconsolabile. Ancora mi torna in mente la Collega, medico di base nel bergamasco, che mi chiedeva consiglio telefonico: la madre le è morta di Covid; lei è risultata positiva al tampone. Poliallergica, temeva di non tollerare le terapie. Qualche collega si è purtroppo ammalato e così i turni da coprire nell’area dedicata ai pazienti con sospetto di Covid del Pronto Soccorso sono aumentati. Tuttavia, si sono fatti avanti Colleghi ortopedici, urologi, chirurghi, otorinolaringoiatri tutti volenterosi a dare una mano. Le righe non bastano per citarli tutti singolarmente, ma insieme abbiamo fatto tanto e li ringrazio sinceramente. Finalmente la quiete, i reparti si svuotano, vengono puliti e sanificati. Riaffiora la speranza di tornare alla normalità. I titoli dei giornali confortano: “Il Pronto Soccorso di Bergamo vuoto per la prima volta…”. Era il 23 aprile.Un sorriso amaro scaturiva da battute come ad esempio “Pasqua e Pasquetta con chi vuoi, il primo Maggio lo fai da noi” alludendo al Reparto di Rianimazione. L’incertezza del futuro era condivisa da tutti.Attraversare strade deserte, incontrando a qualsiasi ora lepri e volatili disorientati dalla troppa calma. La solidarietà, il riconoscersi parte di un tutto, di un universo di cui in fondo non siamo del tutto padroni.Tutto questo mi fa riflettere su ciò che conta veramente. In una società “liquida” con relazioni virtuali e frammentarie, dove niente è “per sempre” e la cultura dell’usa e getta è sempre più diffusa, è ammirevole come certi legami si siano mantenuti forti al di là di ogni distanza. 

MARIA MAGNANI 10 giu 18:32