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27 mag 14:37

Solidarietà senza condivisione

Giorni fa, nel riordinare un cassetto, ho rinvenuto un libretto titolato: Le opere di misericordia corporale; le ricordo da quando frequentavo il catechismo: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, seppellire i morti, alloggiare i pellegrini, visitare i malati, visitare i carcerati

Giorni fa, nel riordinare un cassetto, ho rinvenuto un libretto titolato: Le opere di misericordia corporale; le ricordo da quando frequentavo il catechismo: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, seppellire i morti, alloggiare i pellegrini, visitare i malati, visitare i carcerati.

Alcune di queste norme morali, come seppellire i morti e far visita ai carcerati, sono di competenza della pubblica amministrazione; vestire gli ignudi, dar da bere agli assetati (e da mangiare agli affamati), è compito degli Enti di assistenza, dei conventi o della Caritas. La visita ai malati è sacrosanta, ma taluni quando mostrano segni di decadimento, non gradiscono ricevere visite; ai pellegrini ci pensano le agenzie turistiche o le parrocchie che organizzano i pellegrinnaggi.

Le opere di misericordia corporali non sono più precetti morali a cui attenersi, ma un incombenza affidata alle istituzioni pubbliche o alle onlus. La compassione e la pietas cristiana per trovare spazio, oggigiorno, devono essere estese alle nuove povertà: l’accoglienza i migranti, l’assistenza agli anziani e ad altre indigenze non economiche.

Papa Francesco, esorta ad accogliere coloro che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni e a prestare aiuto a chi è nella necessità: affermare l’ideale cristiano è doveroso e fa parte del magistero della Chiesa. Essere solidali non significa limitarsi al gesto di generosità, o supplire all’emergenza  lasciando, poi, che altri se ne facciano carico. Per gli sventurati che sbarcano sulle nostre coste dopo un viaggio pieno di pericoli e insidie, non basta un’accoglienza momentanea, una sistemazione  provvisoria; per integrarsi hanno bisogno di un lavoro, di un alloggio, di stabilità; senza assistenza e tutele sono alla mercè di  persone senza scrupoli che li sfruttano, sono  destinati a vivere ai margini della società, nell’abbandono, nella sporcizia, iinescando intolleranza ed esasperazione in chi ne deve subire il degrado. Per evitare che ciò accada è necessario un flusso regolare e ordinato dei migranti. Non è facile stabilire chi aiutare e chi no ma anche chi si è adoperato per l’ingresso regolare in Italia di alcune famiglie di immigrati ha aiutato alcuni a scapito di altri. Se tutti fossimo disposti a dare loro ospitalità  e a provvedere alle loro necessità, forse si potrebbe aiutare tutti, ma questa è mera utopia. La prassi ormai diffusa di pubblicizzare il bene fatto e quello che si vorrebbe fare, facendo leva, innanzitutto, sulla sensibilità e generosità altrui,  lascia il dubbio che vi siano sottese anche altre motivazioni; è difficie rendere istituzionale la solidarietà evitando che si  insinui il business.  La solidarietà vera, scaturisce dallo spirito di fratellanza che accomuna gli uomini, opera nella condivisione e senza clamore. Se ognuno di noi si adoperasse per soccorrere e aiutare il prossimo, vicino e lontano, senza discriminazioni di razza, di lingua, di credo, si potrebbe vivere tutti in un mondo migliore, pacificato e più giusto; quando si opera per il bene comune si promuove anche e, anzitutto, il proprio.

27 mag 14:37