A Gaza si è persa la vita ma non la dignità
Le slide dell'amministrazione Trump sul futuro di Gaza? "Non ci sarà nessun resort a Gaza. Qualunque cosa vogliano fare non può ignorare i due milioni di persone che sono lì, che hanno perso tutto ma non la dignità. Non si potrà fare nulla contro la loro dignità". Lo ha affermato ieri il card. Pierbattista Pizzaballa ad Arezzo, nel corso dell'evento "Giustizia e pace in Terra Santa", promosso dalla diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Rondine Cittadella della Pace e Caritas diocesana. E ha aggiunto: "La tregua non è pace. A Gaza c'è un cessate il fuoco, ma ogni giorno qualcuno continua a morire, continuano esecuzioni, azioni mirate, la ricostruzione non è iniziata, il 90% della Striscia è rasa al suolo, mancano acqua, elettricità, fogne, le scuole sono chiuse da tre anni, gli ospedali sono stati tutti colpiti, mancano medicinali e si muore per il freddo o per infezioni. Tra i cristiani, poche centinaia a Gaza, durante questa guerra sono morte 23 persone per fuoco diretto e 23 per mancanza di assistenza".
Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, nel suo intervento ha spiegato come "la guerra non è mai giusta", ma la vera domanda è piuttosto chiedersi come costruire la pace. "Le armi non solo non si devono vendere, ma nemmeno costruire", la remissione dei debiti dei Paesi più poveri è "solo un acconto" di quanto noi ricchi dobbiamo loro e la nonviolenza attiva è una prassi cristiana da riscoprire. In sostanza, "se vuoi la pace, prepara la pace", che "non è solo assenza di guerra" e, parafrasando Papa Leone XIV, prevede di superare la "globalizzazione dell'impotenza" educando con la pedagogia dei fatti. L'appello a tutte le Caritas, a partire da quelle parrocchiali: "Diventare artigiani di pace, impegnandosi con azioni concrete. Per noi, diventare costruttori di pace significa ripartire dai poveri, prime vittime di ogni guerra".
Culmine dell'incontro è stata la testimonianza del card. Pizzaballa che ha evidenziato: "Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso. La pace ha bisogno di condizioni, contesto, di una volontà, di una politica che non c'è, ma anche di un'opinione pubblica. La pace ha bisogno di fiducia e in guerra, specie quella in Terra Santa, la prima vittima è la fiducia. Anche quando la guerra sarà terminata, non si tornerà alla situazione precedente e non sappiamo cosa ci sarà dopo".
Quindi c'è da essere pessimisti? "La situazione a breve e medio termine non è destinata a cambiare molto. Non saranno Abu Mazen o Netanyahu a costruire la pace, servono nuove figure capaci di portare nuove visioni. Inutile farsi illusioni. Questo non è il tempo dei grandi gesti, ma quello del preparare, tenere vicine le persone che vogliono la pace, perché un giorno ci sarà bisogno di loro per ricostruire. Non abbiamo armi, ma l'unica cosa che abbiamo sono le parole. Questa guerra, soprattutto questa, il linguaggio non è stato secondario, abbiamo sentito evocare parole terribili come apartheid, genocidio… Un linguaggio violento porta violenza. Ora dobbiamo usare un linguaggio dignitoso che non chiuda, non crei barriere, ma apra orizzonti. Educare alla pace è necessario, il desiderio di pace deve diventare cultura".
Guardando ai cristiani di Gaza, il patriarca ha detto: "Sono lì, ci sono cresciuti, e noi intendiamo restare e rimanere lì, non è una scelta politica o di resistenza, ma anzitutto una scelta pratica. Anche perché dove andremmo? È anche una scelta di fedeltà. I cristiani non sono un popolo a parte, sono palestinesi come gli altri".
Sulla situazione in Cisgiordania, il card. Pizzaballa si è detto "molto preoccupato": "Quasi ogni giorno ricevo richieste di aiuto da parte dei nostri 23 parroci, perché sono state sequestrate persone, confiscati olivi, subiti danneggiamenti. Ci sono scontri continui tra coloni e palestinesi, continuamente ci sono decisioni che porteranno verso una cancellazione lenta e progressiva dei diritti dei palestinesi". E sull'opzione "Due popoli due stati": "Due popoli ci sono, se ci saranno due stati non lo so. È un modo per dire che i palestinesi sono un popolo e hanno diritto a uno stato".