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Chernobyl
27 apr 2026 07:29

Energia atomica a servizio di pace e vita

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Nel 40° anniversario del tragico incidente di Chernobyl che ha segnato la coscienza dell'umanità, il Pontefice al termine della preghiera mariana ricorda le vittime del peggior disastro della storia e richiama la Comunità internazionale sui rischi del nucleare

All'1.23 del 26 aprile 1986 un guasto al reattore numero 4 della centrale atomica di Chernobyl, nei pressi di Kyiv in Ucraina, provocò il più grande incidente nucleare della storia. L'esplosione devastò l'interno dell'edificio sprigionando una nube di fumo radioattivo nell'atmosfera che, prima di diffondersi in tutta Europa, contaminò vaste aree dell'Ucraina stessa, della Belarus e della Russia, costringendo all'evacuazione migliaia di persone. Persone che non sono mai più ritornate nelle loro case, abbandonando definitivamente un territorio enorme che ancora oggi viene definito "inabitabile ".

Nell'anniversario della tragedia, che provocò danni innumerevoli alla salute dell’uomo e gravi malformazioni genetiche nei nascituri, al terimine del Regina Caeli di ieri, si è levata la voce del Papa:

“Rcorre il quarantesimo anniversario del tragico incidente di Cernobyl – sono state le parole di Leone XIV - che ha segnato la coscienza dell'umanità. Esso rimane un monito sui rischi inerenti all'uso di tecnologie sempre più potenti. Affidiamo alla misericordia di Dio le vittime e quanti ne soffrono ancora le conseguenze”.

L'escalation militare in Medio Oriente e il fronte a Zaporizhzhia in Ucraina riaccendono l'allarme globale per la sicurezza dei reattori, e dell'intera famiglia umana, minacciata su più fronti dal nucleare, perciò Leone insiste sulla responsabilità dei governi: “Auspico - ha proseguito il Papa -che a tutti i livelli decisionali prevalgano sempre discernimento e responsabilità perché ogni impiego dell'energia atomica sia al servizio della vita e della pace”.

In occasione del 40° anniversario del più grande disastro nucleare della storia Vatican News ha documentato come il ricordo di quella tragedia sia stato vissuto laddove la stessa è avvenuta. La giornalista Svitlana Dukhovych ha infatti intervistato don Yuriy Lohaza, parroco della comunità greco-cattolica di Slavutych.

Slavutych è la città più giovane dell’Ucraina. Fu costruita dopo l’incidente di Chernobyl per ospitare i lavoratori evacuati della centrale, così come gli abitanti della vicina Pripyat, a soli 2 chilometri dalla centrale, e di altri villaggi circostanti, considerati zona di evacuazione obbligatoria dall’epoca della tragedia. La centrale rimane ancora oggi il principale luogo di lavoro per gli abitanti di Slavutych, anche se, dopo l’invasione russa raggiungerla è diventato molto più difficile, perché non ci sono più collegamenti

«La maggior parte degli abitanti di Slavutych è, in un modo o nell’altro, legata alla parola “Chernobyl”: molti ricordano quegli eventi e portano ancora le ferite della tragedia. Tra i nostri parrocchiani ci sono persone che hanno partecipato alla liquidazione dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, che ne hanno subito le conseguenze o che sono stati evacuati trovando qui una nuova casa. Alcuni continuano ancora oggi a lavorare nella centrale. Portano con sé le ferite di quarant’anni fa, che avrebbero dovuto rimarginarsi, ma con l’inizio della guerra su larga scala si sono riaperte nuove ferite ha raccontato così don Yuriy Lohaza.

La commemorazione del quarantesimo anniversario dell’incidente è anche l’occasione per ricordare il gesto eroico di chi, spegnendo le fiamme, impedì una catastrofe ancora più grande e salvò l’intero continente da conseguenze peggiori. Gli eventi legati alla guerra hanno mostrato ancora una volta il coraggio e la tenacia degli abitanti di Slavutych.

“Abbiamo vissuto momenti difficili», ha racconta don Yuriy alla giornalista di Vatican News. “E ora viviamo ancora con apprensione a causa di queste azioni militari che interessano tutta l’Ucraina, ma che qui sentiamo da vicino. Senza dubbio, molte persone hanno lasciato la città in cerca di luoghi più sicuri, sia all’interno dell’Ucraina, sia all’estero. Molti dei nostri parrocchiani, molte famiglie sono partite. Allo stesso tempo, però, nuove persone sono arrivate in città. Sono venute da zone vicine ai combattimenti. Ci sono anche coloro che provengono da Enerhodar, oggi sotto occupazione. Loro lavoravano alla centrale di Zaporizhzhia e adesso vivono qui”. Il parroco sottolinea che l’invasione russa su larga scala ha portato agli abitanti di Slavutych nuove ferite, perché molti di loro facevano parte della squadra militare addetta alla protezione della centrale di Chernobyl. “Alcuni sono stati catturati dai russi — racconta — la maggior parte è già stata liberata, ma ci sono ancora persone di cui attendiamo il ritorno. Purtroppo, alcuni sono morti in prigionia, torturati o uccisi durante il trasporto. Per chi già portava ferite, questa invasione ha aperto nuove ferite, che oggi fanno male e sono estremamente pesanti”.

27 apr 2026 07:29