Il Concistoro? Una comunità di fede
Nella Basilica Vaticana, la Messa del Papa concelebrata dai cardinali prima della ripresa dei lavori dell'ultima giornata di lavoro
“Non siamo qui infatti a promuovere ‘agende’ – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera ‘quanto il cielo sovrasta la terra’ e che può venire solo dal Signore”. Sono queste le parole pronunciate da Leone XIV, ieri all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, alla Messa concelebrata da 155 tra i cardinali riuniti in Concistoro straordinario.
Il Papa ha preso la parola esortando all’amore reciproco, specialmente in un “momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa”, ovvero il che si è concluso ieri, dopo due giorni di preghiera, condivisione e riflessione, all’insegna della fraternità e della comunione.
L’omelia del Pontefice si è aperta con una osservazione etimologica, a partire da “consistorium”, latino per “assemblea”, letto alla luce della radice del verbo “consistere”, cioè “fermarsi”. “In effetti tutti noi ci siamo ‘fermati’ per essere qui”, riflette, sospendendo per un certo tempo le attività e rinunciando a impegni anche importanti, “per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo”. Qualcosa che è già in sé, sottolinea, “un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo”.
Leone XIV ha anche ricordato l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa, per non rischiare di correre alla cieca o di battere l’aria invano, come ammoniva l’apostolo Paolo.
L’invito, dunque, a porre ogni “desiderio e pensiero sull’altare”, assieme al dono della vita, per “riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato” in “un unico Pane”: solo così, ha spiegato Leone XIV, “sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti”.
“Il nostro Collegio – sono state ancora le sue parole -, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto”.
Del resto, rimarca il Papa, l’Amore di Dio “di cui siamo discepoli e apostoli” è “trinitario”, “relazionale”, fonte di una “spiritualità di comunione”. Ecco che il “fermarsi” è, ha proseguito, anzitutto “un grande atto d’amore” – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarsi “plasmare” dallo Spirito: “nella preghiera e nel silenzio” prima di tutto, ma poi anche nel “guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce”, mediante la condivisione, di quanti, nelle più svariate parti del mondo, sono affidati “alla nostra sollecitudine di Pastori”.
Leone XIV ha poi citato San Leone Magno ed ha esortato a lavorare insieme con lo spirito di chi desidera che “nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti”, svolgendo con dignità e in pienezza “il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro”, e quelli dell’opera altrui. Un mistero, questo, che la Chiesa incarna da due millenni nella sua “poliedrica bellezza”.
E, ha ammesso il Papa, possiamo sentirci, “come i discepoli”, “inadeguati e privi di mezzi”, davanti alla “grande folla” di una umanità “affamata di bene e di pace”, in un mondo in cui “sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale” continuano a “dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità”.
Rivolgendosi ai cardinali, il Pontefice ha infine definito il loro servizio “qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti” e la responsabilità condivisa con il Successore di Pietro “grave e onerosa”.