La gioia di essere preti secondo Papa Leone
“Cari fratelli, vi saluto con grande gioia e vi ringrazio di essere qui stamattina. Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto e saluto cordialmente tutti voi: i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri presenti. E dico: se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente!”. Con queste parole Papa Leone ha incontrato giovedì scoro, “dopo le Ceneri”, il suo clero, il clero di Roma. Rispetto al primo incontro che ebbe con noi a fine giugno, nel quale già si intravedevano caratteristiche molto affabili di quest’uomo, ma nel quale il Papa era ancora, comprensibilmente, “trattenuto”, quasi esitante, per la novità che l’aveva soverchiato con la sua elezione, nell’incontro di ieri ci ha dato modo di cogliere ampiamente il suo tratto semplice, allegro, pacato e focalizzato al contempo.
Dai suoi gesti, dalle espressioni del suo viso, per lo più dischiuso in un sorriso che si è allargato nel momento colloquiale delle domande poste da preti in varie fasi della vita, e dalle sue parole trapelava una sincera gioia: gioia di essere lì, con noi e per noi; gioia per le possibilità che il tempo presente, con tutte le sue sfide, dischiude al nostro ministero; e, soprattutto, gioia di essere preti.
L’invito a guardare con gratitudine e stupore alla propria vocazione sacerdotale Leone ce l’ha fatto durante il momento più informale delle risposte ai quattro sacerdoti che si sono fatti portavoce di domande e inquietudini del presbiterio in questa attuale fase della storia del mondo e della Chiesa. Il Papa ha invitato tutti noi alla perenne consapevolezza del dono meraviglioso che è l’essere stati chiamati dal Signore. Leone ha chiarito che questo atteggiamento giusto e salutare è ben diverso dal “clericalismo”: un conto, ha detto il Papa, è un protagonismo autoreferenziale, che corrisponderebbe effettivamente al clericalismo; un conto è essere contenti di essere preti. Ottimo chiarimento, specialmente in un clima culturale (ecclesiale) in cui non di rado provare a ricordare l’importanza del ministero ordinato, anzi la sua essenzialità per la vita della Chiesa, ha comportato e comporta lo stigma arbitrario del clericalismo da parte di alcuni (anche ecclesiastici).
La riconoscenza stupita per la propria chiamata è, secondo il Papa, l’antidoto potente all’amarezza, all’invidia per gli altrui successi e alla rassegnazione dinanzi alla fatica. È anche la base per poter lavorare insieme, facendo rete, imparando ad apprezzare i doni altrui come propri, ed è la custodia della nostra identità e del nostro specifico, di contro al rischio di frenetiche derive “social” che potrebbero farci pensare che solo adottare stili propri di altre figure o istanze renderebbe efficace la nostra opera.
Al di là dei contenuti, puntuali e coinvolgenti, la cosa che più ci ha colpito è stata vedere come questo discorso sulla gioia di essere preti, di essere stati scelti e inviati dal Signore, fosse in atto proprio nella persona stessa del Papa: Leone XIV sprizzava gioia da tutti i pori! L’ha ribadito più volte: era felice di essere lì con noi e, alla fine, si è soffermato salutando tutti, stringendo mani, benedicendo, sorridendo, sorridendo, sorridendo. Leone XIV è contento di essere prete, contento di essere Papa, contento di essere in questo tempo, con queste sfide – e con questo clero, così com’è. La sua è una gioia contagiosa, invitante, che apre alla speranza.
A detta di tutti quelli con cui ho scambiato qualche impressione, siamo usciti tonificati da questo incontro e, quando il Papa ci ha raccontato di un vescovo che incontrava tutti i mesi i suoi sacerdoti, dicendo che purtroppo a lui non sarebbe stato possibile, credo di non essere stato l’unico a emettere un sospiro di dispiacere. Perché no? Magari… Lo so che la parola “gioia” è tornata tante volte in questo articolo: è tornata tante volte anche nel discorso del Papa, e ancora di più nella sua persona. Davvero un modo bello di iniziare la Quaresima, che non è un tempo di mestizia, bensì, come la primavera che l’accompagna, un tempo di fioritura, in un crescendo di luce.