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Kiev
24 feb 2026 07:26

La guerra in Ucraina, vergogna per l'umanità

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Vartican News, a firma di Svitlana Dukhovych, pubblica, in occasione del quarto anniversario dell'invasione russa, un'intervista a mons. Sviatoslav Shevchuk capo della Chiesa greco cattolica ucraina, in cui riflette sugli anni trascorsi dall'invasione del 2022: una tragedia che si sta aggravando sempre di più e che vede aumentare i civili uccisi.

È un anniversario "tragico" e una "vergogna per l’umanità" quello dei quattro anni dall’inizio dell’invasione militare russa dell’Ucraina su larga scala. Con i media vaticani l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč e capo della Chiesa greco cattolica ucraina, mons. Sviatoslav Shevchuk, traccia un bilancio di quattro anni di una guerra "che non sarebbe mai dovuta iniziare".

Sua Beatitudine, qual è il suo pensiero per questo anniversario?

Direi che questo è un anniversario tragico. Nessuno avrebbe mai immaginato una guerra in Europa della durata di quattro anni. E quando parliamo di quattro anni, ci riferiamo solo all’invasione russa su larga scala. La guerra, infatti, è iniziata nel 2014 con l’occupazione della Crimea e di parte del Donbass orientale. Siamo di fronte a una vera tragedia che, negli ultimi mesi, si sta aggravando ulteriormente. Il numero dei civili morti e feriti continua ad aumentare. Posso dire che nemmeno all’inizio dell’invasione, nel 2022, la situazione era così drammatica come oggi, soprattutto durante questo inverno, in particolare nella capitale ucraina.

Come stanno vivendo le persone che, ad esempio, abitano vicino alla vostra cattedrale a Kyiv? Come la Chiesa aiuta ad affrontare queste sfide?

A Kyiv si sta vivendo una vera tragedia, che alcuni chiamano oggi “Kholodomor”, dal termine ucraino kholod, che significa “freddo”. Tutti conosciamo la parola “Holodomor”, il genocidio attraverso la fame artificiale; ora però affrontiamo un’altra forma di genocidio, legata al freddo invernale. Questo inverno è il più rigido dell’ultimo decennio: la temperatura a Kyiv è scesa fino a venti gradi sotto zero. I russi stanno distruggendo metodicamente le infrastrutture vitali delle città ucraine, in particolare della capitale. Kyiv, una delle più grandi capitali europee, conta quasi quattro milioni di abitanti. Il sistema di riscaldamento ed elettrico è centralizzato: ogni quartiere ha la propria centrale che garantisce elettricità e acqua calda agli edifici. Nel nostro quartiere non c’è il gas: si cucina con l’elettricità, che è necessaria anche per pompare l’acqua potabile nei palazzi di nove o venti piani. Questo inverno molte centrali, costruite in epoca sovietica e di cui i russi, quindi, conoscevano i progetti, sono state distrutte. Quando la temperatura è scesa sotto i venti gradi, non è stato più possibile fornire elettricità e acqua calda; i tubi si sono congelati e spaccati, e anche i sistemi igienico-sanitari sono stati gravemente danneggiati. Immaginate un edificio di tremila persone: negli appartamenti tutto gela, la temperatura interna è di pochi gradi superiore a quella fuori, i bagni sono inutilizzabili. Molti restano intrappolati nelle loro case e non sanno dove andare. Come reagiamo? Davanti ai grandi palazzi sono stati allestiti i cosiddetti Centri di resilienza: tende riscaldate con generatori, dove le persone possono ricaricare i dispositivi, bere un tè caldo, stare insieme e riscaldarsi. Alcuni vi passano la notte. Anche scuole e asili sono stati adattati per offrire accoglienza. Presso la nostra cattedrale abbiamo aperto un Centro di resilienza nel rifugio semiinterrato. Il nostro generatore funziona quasi venti ore al giorno, perché dalla rete cittadina riceviamo elettricità solo per due o tre ore. Molte persone dormono lì e, di fatto, ci vivono: dobbiamo provvedere a tutto, perché non possono rientrare nelle loro case. Il sindaco di Kyiv ha invitato chi può a lasciare temporaneamente la città; si stima che quasi mezzo milione di persone sia partito. Tuttavia, molti restano perché lavorano o non hanno alternative. Scuole, università, supermercati, ospedali e farmacie sono aperti, ma il grande problema resta il funzionamento delle infrastrutture vitali. E questa distruzione metodica continua: droni sorvolano la città, individuano le centrali ancora operative e poi, con missili e attacchi mirati, vengono colpite. Questa, in sintesi, è la situazione che stiamo vivendo.

Dall’inizio della guerra su larga scala, la Chiesa in Ucraina è sempre stata accanto al popolo. Nel corso di questi quattro anni si possono distinguere diverse fasi di questo impegno. Come descriverebbe la fase attuale, caratterizzata dalla stanchezza della popolazione? In che modo la Chiesa continua oggi a sostenere e accompagnare le persone?

Noi siamo tutti lo stesso popolo e soffriamo insieme. Io sono un cittadino di Kyiv e il freddo non chiede: “Sei un prete o un vescovo?” oppure “A quale Chiesa appartieni? Come preghi Dio?”. Di fronte a questa tragedia siamo tutti uguali, cerchiamo di stare uniti, aiutarci e anche di trovare un senso cristiano: come vivere da cristiani in queste condizioni. Ci sono alcune particolarità in questo momento. Quando il Governo ordina evacuazioni forzate dalle zone di combattimento, la gente preferisce spostarsi nelle grandi città più vicine, come Kharkiv, Chernihiv o Sumy. È chiaro che uno degli obiettivi dei bombardamenti è proprio scoraggiare la popolazione, costringerla ad abbandonare le proprie case. Alcuni analisti sostengono che si voglia creare una zona cuscinetto senza civili, per facilitare manovre militari. Ma la gente resta, non parte, e noi cerchiamo di far arrivare gli aiuti dove ci sono anche bambini e anziani. Forse il nemico si aspettava che gli ucraini fuggissero, ma non è così. Un’altra osservazione da Kyiv è che non si avverte una stanchezza che porti a disperazione o rassegnazione: anzi, con questi continui attacchi missilistici, la volontà di resistere cresce. Non so spiegare questo fenomeno, ma posso raccontare un episodio nella mia cattedrale. Un bambino di cinque anni, che frequenta sempre la Liturgia, mi ha risposto così quando gli ho chiesto se a casa sua facesse freddo: “Se io vincerò il freddo, vincerà anche l’Ucraina”. Si vedeva che a casa sua faceva freddo, perché era vestito con abiti pesanti, però nonostante tutto si sentiva un eroe. Per me questa è la voce non solo di quella famiglia, ma di tutto il popolo. Nei Centri di resilienza le persone sorridono, cantano; nei cortili e davanti ai palazzi congelati mettono la musica e ballano. È qualcosa che stupisce anche noi. Ma ovviamente il dolore cresce, con tanti morti e feriti. Secondo la Missione ONU per i diritti umani in Ucraina, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dall’inizio dell’invasione. Il numero di civili uccisi e feriti è aumentato del 31% rispetto al 2024 e del 70% rispetto al 2023. Più si parla di accordi di pace, più il sangue scorre in terra ucraina. Mentre i potenti del mondo si incontrano per discutere su chi esercitare più pressione, il popolo soffre. Questa è la situazione che dobbiamo affrontare e accompagnare. Devo anche dire che diminuisce la paura della gente durante i bombardamenti: ci si abitua, e questo è pericoloso, perché a volte perdiamo sensibilità verso il dolore altrui. Perciò la Chiesa deve sempre far crescere il senso religioso di rispetto per la sofferenza umana, perché sappiamo che in ogni dolore c’è presente la sofferenza di Cristo stesso.

Probabilmente, sacerdoti e religiosi continuano comunque a provare una profonda empatia, anche perché nelle loro stesse famiglie hanno vissuto dei lutti.

Certo, non c’è nessuna famiglia in Ucraina che non abbia vissuto il dolore o il lutto per la perdita di un fratello, una sorella, un genitore o un figlio, uccisi o feriti. Dal Sinodo dei Vescovi abbiamo avviato un programma di accompagnamento per i nostri sacerdoti e persone consacrate. Abbiamo somministrato un questionario per capire come stanno. Interessante: la stragrande maggioranza dice di non volersi prendere vacanze o riposare. Inizialmente ho pensato: “Che bravi!”. Ma gli psicoterapeuti ci hanno spiegato che è un segno di trauma: psicologicamente non riescono ad allontanarsi dalla parrocchia o dalla comunità perché temono che, durante la loro assenza, possa succedere qualcosa di grave nelle loro case o chiese. Anche per me è difficile uscire dall’Ucraina: ricevo in continuazione notizie sugli ultimi avvenimenti a Kyiv. Uno psicoterapeuta mi ha detto: “Quando bombardano Kyiv, Lei soffre anche stando a Roma? Questo è un segno di trauma.” Perciò accompagniamo i nostri sacerdoti attraverso un programma di “sanazione delle ferite”: chi ha vissuto e superato la propria sofferenza diventa un “medico ferito”, in grado di comprendere chi soffre e di guidarlo verso la guarigione, anche psicologica e mentale. La salute mentale e spirituale è al centro del nostro impegno. Stiamo acquisendo un’esperienza mai avuta prima, che potrà diventare un tesoro per altre Chiese, che non hanno vissuto una tragedia simile, per aiutare le persone ad avvicinarsi a Dio, a Cristo, fonte di salvezza e salute, non solo spirituale ma anche mentale e fisica.

Negli ultimi quattro anni, la Chiesa in Ucraina ha potuto sperimentare in vari modi la solidarietà della Chiesa universale. Vorrebbe raccontarci qualche esempio particolare di questa vicinanza?

In questi quattro anni abbiamo ricevuto tanta solidarietà da tutta la Chiesa universale, promossa soprattutto dal Santo Padre – prima da Papa Francesco, di beata memoria, e adesso da Papa Leone. Siamo veramente grati al Santo Padre e a tutti i fratelli e le sorelle in Cristo, a tutte le persone di buona volontà che hanno espresso vicinanza. Questa solidarietà ha avuto alti e bassi. Ricordo i primi giorni della guerra, quando gli aiuti umanitari arrivavano in grande quantità da diversi Paesi d’Europa e del mondo. L’anno scorso, invece, nel 2025, gli aiuti erano quasi scomparsi. Ottenere approvazioni per i progetti destinati a chi non aveva mezzi per sopravvivere era sempre più difficile. All’inizio del 2025 si stimava che circa cinque milioni di persone in Ucraina fossero in insicurezza alimentare, ma solo 2,5 milioni potevano ricevere assistenza. Questo inverno, tragico per il freddo e le difficoltà, le immagini di persone che soffrono però cercano di resistere, hanno riacceso la solidarietà internazionale, ricordando febbraio-marzo 2022. Vorrei raccontare un episodio particolare. Dopo ogni bombardamento a Kyiv, spesso condivido aggiornamenti con amici. Ho inviato a una decina di persone un’immagine delle conseguenze di un attacco con un piccolo commento: “Abbiamo sopravvissuto un’altra notte infernale a Kyiv. Temperatura venti gradi sotto zero. La lotta per la vita, umanità e solidarietà continua.” Tra i destinatari c’era il cardinale Grzegorz Ryś, Arcivescovo di Cracovia, che ha risposto con immediata solidarietà. La domenica seguente ha annunciato una colletta per Kyiv, rendendo pubblico il mio messaggio. Tre giorni dopo ci ha scritto che sul conto della Caritas erano già arrivati un milione di zloty. Quattro giorni dopo i primi camion con generatori erano già in viaggio verso Kyiv. Commentando questo gesto, ho ricordato il detto latino “Bis dat qui cito dat” – «Dà due volte chi dà presto». In effetti, quei generatori erano urgentissimi per salvare vite umane. La spontaneità di questa solidarietà è stata notata anche dal Papa, che ha ringraziato chi si muove subito per aiutare. In seguito, anche la Conferenza episcopale polacca e altre Chiese europee, particolarmente la Conferenza episcopale italiana tramite la Caritas, hanno promosso collette di aiuti umanitari e hanno fatto il loro contributo. Oggi viviamo un’ondata di solidarietà che va oltre il sostegno economico: per noi è importante che in tutte le parrocchie europee si parli della Kyiv sofferente, perché la memoria e la preghiera cristiana hanno saputo scuotere le coscienze e i cuori. Siamo profondamente grati a tutti coloro che hanno contribuito a salvare vite in Ucraina.

Beatitudine, in occasione di questo quarto anniversario, quale messaggio desidera rivolgere alla comunità internazionale e ai fedeli di tutto il mondo?

Penso che il quarto anniversario di questa guerra sia una vergogna per l’umanità. È vergognoso che, in quattro anni, la comunità internazionale non sia riuscita a fermare la mano micidiale dell’aggressore. Alcuni storici hanno osservato che, nelle nostre terre, la Seconda guerra mondiale durò meno dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina. È qualcosa che non avrebbe mai dovuto iniziare e che ora deve finire. Perciò, in questo triste anniversario, chiedo a tutti di fare una promessa a Dio e a sé stessi: costruire la pace. I politici devono fare il loro dovere. Gli uomini di Chiesa e la diplomazia, anche quella cristiana, devono fare il proprio. I militari, i volontari: ciascuno è chiamato a fare la sua parte. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché l’aggressore si fermi. Poi verrà un altro tempo: quello della cura del trauma e della ricostruzione di ciò che la guerra ha distrutto. Ma questa sarà un’altra storia. Orate pro nobis. Pregate per noi.

Foto Vatican News

24 feb 2026 07:26