Vesco: La Chiesa in Algeria si è trasformata
L’arcivescovo di Algeri descrive un Paese attraversato da trasformazioni politiche, sociali ed economiche, dove la piccola comunità cristiana vive una presenza discreta ma incisiva. La Chiesa di Algeri promuove dialogo islamo-cristiano, fraternità, sostegno sociale e legami con i giovani, mentre il Paese cerca un ruolo di mediazione nel Mediterraneo e in Africa
L’Algeria vive oggi una stagione delicata, segnata da trasformazioni politiche e da persistenti sfide economiche e sociali. Ancora alla ricerca di nuovi equilibri, il Paese continua a svolgere un ruolo rilevante nello scenario mediterraneo e africano. In questo contesto, la presenza cristiana – piccola nei numeri ma significativa – si distingue per il suo impegno nel dialogo e nella costruzione di legami di fraternità. Ne è testimone il cardinale Jean-Paul Vesco, alla guida dell’arcidiocesi di Algeri, che da anni promuove una Chiesa radicata nell’incontro e nel rispetto reciproco.
Eminenza, che clima si respira oggi nel Paese, anche di fronte ai conflitti internazionali?
Più o meno come in Europa. Se si osserva il clima generale, l’impatto del conflitto non sembra incidere sulla quotidianità in modo più profondo rispetto a Roma o ad altri contesti europei. L’eco degli eventi internazionali è presente, ma non si traduce in un’attenzione costante o in un dibattito particolarmente acceso. Nei mezzi di informazione il tema trova spazio, ma senza un’intensità superiore a quella riscontrabile altrove; allo stesso modo, nelle conversazioni quotidiane tra le persone non si percepisce un aumento significativo dell’interesse. In alcuni casi, anzi, si ha l’impressione di una certa distanza, come se la complessità del quadro globale rendesse più difficile un coinvolgimento diretto e continuativo.
Quali sono in proposito le sue preoccupazioni e le sue speranze?
Se si parla di preoccupazioni e speranze, lo sguardo si allarga inevitabilmente oltre i confini nazionali. Le inquietudini principali non riguardano tanto l’Algeria in sé, quanto piuttosto la tenuta complessiva dell’ordine mondiale. Ciò che preoccupa è una sensazione diffusa di disfunzione sistemica, di equilibri che si incrinano e di dinamiche globali sempre più difficili da interpretare. In questo contesto, anche le speranze si collocano su un piano più ampio: riguardano la possibilità di ricostruire forme di convivenza internazionale più stabili, più giuste e capaci di affrontare le tensioni senza degenerare in conflitto.
In un contesto a maggioranza musulmana, qual è il ruolo della comunità cristiana?
Nel quotidiano, il nostro atteggiamento resta improntato alla linearità: si risponde alle domande e alle necessità così come vengono poste, senza l’intenzione di orientare o convincere l’interlocutore. La Chiesa, in questo senso, svolge un ruolo simile a quello di molte altre: un’attività pastorale rivolta alla comunità cristiana, accompagnata dal desiderio di offrire una presenza significativa e di qualità. Una presenza non soltanto religiosa, ma anche sociale, aperta e inserita nel tessuto della società, pronta ad aiutare tutti.
Spesso la Chiesa in Algeria è definita “presenza discreta”. Perché?
Perché è proprio nella sua duplice dimensione – pastorale e sociale – che si definisce una delle caratteristiche più rilevanti della sua azione. L’obiettivo non è occupare spazi, ma abitare relazioni, in modo discreto, aperto e costruttivo. Una presenza che si misura non tanto nella visibilità, quanto nella qualità dei legami che riesce a generare, nella capacità di ascolto e nella disponibilità a condividere le fragilità e le speranze delle persone. La Chiesa in Algeria si è profondamente trasformata: oggi è più radicata nel contesto africano, inserita nelle dinamiche locali, attenta alle specificità culturali del territorio. Tuttavia, conserva come tratto distintivo proprio la sua presenza discreta.
I martiri d’Algeria sono rimasti in Algeria negli anni bui del terrorismo, accanto alla popolazione, dando la vita per amore. Che eredità lasciano oggi alla Chiesa locale?
Un’eredità che va oltre la memoria storica. Una chiave di lettura del presente. La loro scelta di restare accanto al popolo algerino negli anni più drammatici del terrorismo non è stata soltanto un atto di coraggio individuale, ma una testimonianza collettiva di fedeltà e solidarietà. In un contesto segnato dalla violenza e dalla paura, la Chiesa locale ha scelto di non abbandonare il territorio, condividendo fino in fondo le condizioni di vita della popolazione. Questo ha generato, nel tempo, un legame profondo con la società musulmana, fondato su una fiducia costruita giorno dopo giorno, spesso in condizioni estreme e a costo della vita. A distanza di oltre trent’anni, quella testimonianza continua a esercitare un’influenza concreta.
Può raccontarci una bella testimonianza di fratellanza e condivisione oggi?
Sul piano operativo, questo si traduce in una rete di iniziative spesso silenziose ma incisive. Le Piccole Sorelle, ad esempio, rappresentano un punto di riferimento nei quartieri più fragili. La loro azione quotidiana si sviluppa attraverso gesti concreti: accoglienza di bambini, sostegno alle famiglie, organizzazione di attività educative e momenti di condivisione. Da oltre vent’anni, queste esperienze contribuiscono a creare spazi di socialità e di solidarietà, soprattutto nelle aree più marginali. Anche in contesti a forte presenza musulmana, la loro opera è riconosciuta e rispettata, proprio perché si fonda su una logica di servizio e non di affermazione.
Quali sono le aspirazioni dei giovani, componente fondamentale del Paese?
Guardando alle nuove generazioni, emerge un quadro complesso ma dinamico. I giovani manifestano una forte esigenza di relazione: desiderano incontrarsi, condividere esperienze, costruire legami. Questa domanda di socialità non sempre trova risposte strutturate, ma resta uno degli elementi più vitali della società. Allo stesso tempo, si registra una diffusa aspirazione alla mobilità: molti giovani guardano all’estero come a un’opportunità di crescita, segno di una tensione tra il desiderio di radicamento e la necessità di cercare altrove possibilità che il contesto locale fatica ancora a garantire.
In particolare, qual è la condizione delle donne sia in ambito pubblico e professionale, sia a livello familiare?
La società algerina è attraversata da trasformazioni importanti, in particolare per quanto riguarda il ruolo delle donne. Sempre più presenti nel mondo del lavoro, soprattutto nelle aree urbane, le donne contribuiscono a ridefinire gli equilibri familiari e sociali. È un processo graduale, che procede a velocità diverse a seconda dei contesti e che convive con modelli più tradizionali ancora radicati in alcune realtà. Questa coesistenza di elementi nuovi e tradizionali restituisce l’immagine di una società in evoluzione, impegnata a trovare un proprio equilibrio tra cambiamento e continuità.
Nel contesto del Mediterraneo, quale ruolo può giocare l’Algeria nel favorire relazioni più equilibrate tra i popoli?
In questo scenario articolato, l’Algeria si conferma come un attore di rilievo sul piano regionale e internazionale. La sua posizione geografica e la sua identità culturale la collocano in una zona di contatto tra mondi diversi: quello arabo-musulmano e quello occidentale. Questa collocazione la rende, al tempo stesso, un possibile ponte e una potenziale linea di frattura. La sfida è trasformare questa posizione in un’opportunità, rafforzando la vocazione al dialogo e alla mediazione.
Quali sono le attese per l’imminente visita di Papa Leone in Algeria?
È proprio in questa direzione che si inserisce lo sguardo del Papa, che vede nell’Algeria un luogo significativo per promuovere percorsi di incontro e di comprensione reciproca. L’attenzione non è soltanto simbolica, ma si traduce nella volontà di favorire spazi concreti di dialogo, sia con il popolo sia con la società civile. L’idea di fondo è che, in un mondo attraversato da tensioni crescenti, esperienze locali di convivenza e di rispetto reciproco possano offrire indicazioni preziose anche su scala globale.
Quale messaggio desidera condividere con la Chiesa in Italia e con quanti nel nostro Paese sostengono l’impegno della Chiesa in Algeria?
Prima di tutto, desidero esprimere un sincero messaggio di gratitudine, accompagnato da un rinnovato invito a proseguire un cammino comune nella reciprocità. Con un impegno condiviso: la volontà, cioè, di favorire sempre, con responsabilità e consapevolezza, ogni occasione di incontro e di dialogo.
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