Immigrazione: ancora morti nel Mediterraneo
Pesante il bilancio di un naufragio in mare, l'ennesimo, avvenuto nella notte di Pasqua per il ribaltamento di un'imbarcazione al largo delle coste libiche
Due persone sono morte, 32 sono state tratte in salvo e oltre 70 risultano disperse dopo che un'imbarcazione in legno di migranti si è ribaltata in acque libiche, nel Mediterraneo centrale. Un altro naufragio in mare, dunque, nel corso del fine setimana pasquale. Lo hanno riferito ieri, 5 aprile, le organizzazioni non governative Mediterranea Saving Humans e Sea Watch, in un post su X, aggiungendo che l'imbarcazione si è capovolta in una zona di ricerca e soccorso (Sar) sotto controllo libico.
I migranti provenivano a quanto si apprende da Pakistan, Bangladesh ed Egitto ed erano partiti nella notte tra venerdì 4 e sabato 5 aprile da una località vicino a Tripoli su un barcone di legno lungo circa 12-15 metri. Il mare mosso avrebbe causato infiltrazioni di acqua fino al ribaltamento, dopo circa 15 ore di viaggio.
''Anche a Pasqua ci ha raggiunto la notizia di dispersi e morti nel centro del Mediterraneo. Uomini, donne e bambini per i quali la Pasqua non ha significato vita, ma morte''. Mons. Carlo Perego, presidente della Commissione Cei sull'immigrazione nonché della Fondazione Migrantes, ha denunciato il nuovo naufragio in mare. ''Si pensa a tutto in questa Pasqua tranne a loro, alle persone in fuga dalle guerre combattute anche con le nostre armi. Alcuni si meravigliano e si irritano perché parliamo di morte, di diritti negati in questa Pasqua. Sono gli Erode della comunicazione e della politica'', è l'accusa. "Speriamo che l'Europa alzi gli occhi sul Mediterraneo e finalmente - dice - tuteli chi richiede asilo, con una missione europea nel Mediterraneo e la cessazione degli accordi con la Libia, dove, gli stessi che fermano e trasportano nei campi le persone in fuga nel Mediterraneo sono gli stessi che lucrano mettendoli in mare. Il caso Almasri lo dimostra. L'Italia e l'Europa sono incapaci di tutelare invece gli interessi dei migranti in fuga, sempre più numerosi da dieci anni a questa parte e sempre più soli. Una vergogna", attacca.
Anche la Comunità di Sant'Egidio ha espresso "il suo profondo cordoglio ai familiari delle vittime del naufragio di una barca nel Mediterraneo, avvenuto nella notte di Pasqua, ma di cui si è avuta notizia solo ieri a seguito del salvataggio di alcuni sopravvissuti. Di fronte alla morte di oltre 70 persone, a cui si aggiungono le vittime nei naufragi dei giorni scorsi nel canale di Sicilia e nel mar Egeo, non si può rimanere insensibili, limitandosi ad aggiornare le statistiche sulle tragedie dei viaggi nel Mediterraneo. Rivolgiamo un forte appello a tutte le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, perché riprendano con più impegno le operazioni di soccorso in mare, per salvare la vita di chi è in pericolo".
L'Oim, l'Organizzazione mondiale delle migrazioni, ha dichiarato che con l'ultima tragedia, coinsumatasi nella vigilia di Pasqua, "sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest'anno, nonostante la diminuzione di arrivi", commenta l'agenzia delle Nazioni Unite.
L’ennesima tragedia dell’immigrazione arriva a pochi giorni di distanza dal voto dell’Europarlamento che segna il passaggio alla fase successiva dell’iter legislativo per l’aggiornamento del sistema comune Ue per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano illegalmente nell’Ue che fa emergere novità e interrogativi sul piano dei diritti umani fondamentali, degli equilibri politici e persino del profilo identitario della stessa Unione europea, tanto da suscitare una ferma presa di posizione da parte dell’episcopato europeo.
Lo scorso 26 marzo, con 389 voti favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato una normativa che prevede che i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio sono tenuti a cooperare con le autorità competenti per lasciare il territorio dell’Ue; in caso di non cooperazione, i rimpatriandi possono essere detenuti fino a 24 mesi; i rimpatri possono essere effettuati verso un Paese terzo anche sulla base di un accordo con gli Stati membri e/o l’Ue (inclusi i cosiddetti hub di rimpatrio); il Parlamento prevede norme più rigorose per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza; è compreso un sostegno finanziario e operativo da parte dell’Ue” verso i Paesi aderenti che debbano rimpatriare migranti.
“Sono almeno tre gli aspetti da mettere in risalto”, è stato il commento di Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università degli Studi di Milano. “Sotto il profilo politico si rileva una saldatura sul tema delle migrazioni tra il centro moderato dell’Europarlamento (il Partito popolare europeo – ndr) e l’estrema destra sovranista, che fa preconizzare nuove e più ampie alleanze in futuro”. In secondo luogo “sembra che, più complessivamente, il Parlamento europeo stia adottando, sul tema delle migrazioni, posizioni di estrema destra, la più grave delle quali è la possibilità di deportazioni presso Paesi terzi. In questo caso si evoca quanto accade negli Stati Uniti del Presidente Trump, con deportazioni di migranti di varie nazionalità verso El Salvador. Un domani, in Europa, potrebbe ad esempio accadere che un migrante originario dell’Afghanistan possa essere tradotto ad esempio in Ghana. Si evidenzia, qui, una funzione cinicamente deterrente per le migrazioni, che fra l’altro non rispetta il diritto internazionale e umanitario”.
E il terzo aspetto? Ambrosini prosegue: “L’Italia come l’Europa hanno bisogno di lavoratori. Questo è fuor di dubbio. Ma con questi chiari di luna politici si divulga una visione dell’immigrato inteso come una minaccia”. “Diventa così difficile, se non impossibile, accogliere poi lavoratori da Paesi terzi con le rispettive famiglie. Quindi nel medio periodo si sta tenendo una posizione autolesionista”. Il sociologo aggiunge: “Prende forma un’idea di Europa che si chiude e che mette i diritti umani in soffitta, alimentando al contempo altra xenofobia”.
Un allarme di eguale portata è giunto, il giorno dopo il voto dell’Eurocamera, da parte dei vescovi europei riuniti nella Comece, Commissione degli episcopati dell’Ue (con sede a Bruxelles). “Il progetto europeo – ha precisato la Comece – è da sempre fondato sui principi di solidarietà, fraternità umana e tutela dei più vulnerabili. Questi principi non sono opzionali; sono al centro dell’identità dell’Unione. Qualsiasi sviluppo politico che rischi di minarli richiede un’attenta riflessione e un rinnovato impegno”. La votazione avvenuta la scorsa settimana al Parlamento europeo “segnala un preoccupante cambiamento politico all’interno del Parlamento, che consente l’emergere di nuove maggioranze su questioni di fondamentale importanza. Tali sviluppi rischiano di rimodellare l’approccio dell’Unione europea in settori chiave, tra cui la migrazione e la protezione della nostra casa comune, in modi che potrebbero discostarsi dai suoi valori fondanti”.
La Comece ha denunciato “potenziali conseguenze della posizione adottata per la dignità e i diritti fondamentali delle persone vulnerabili”.
“Le misure che facilitano i rimpatri, ampliano la detenzione ed esternalizzano le responsabilità a Paesi terzi sollevano seri interrogativi sull’effettiva tutela dei diritti umani e sul rispetto della dignità di ogni persona”. Quindi un appello: “La Comece esorta l’Unione europea e i suoi Stati membri, nei prossimi negoziati, a garantire che le politiche migratorie rimangano saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali e dei valori fondanti dell’Unione”. La Chiesa nell’Unione europea “continua a impegnarsi a contribuire in modo costruttivo a questo dibattito, promuovendo politiche che sostengano sia la giustizia sia la compassione”. Un monito che tutte le istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – non dovrebbero ignorare.
foto Vatican News