Usa e Ue: la deriva dei continenti
È sufficiente uno sguardo alla cronaca degli ultimi mesi e anni per intuire che la distanza – politica ed economica, ma probabilmente anche culturale e persino identitaria – tra Stati Uniti ed Europa si sta drammaticamente ampliando. La tradizionale amicizia tra le due sponde dell’Atlantico, che ha accompagnato la storia degli ultimi 80 anni, ha subito una svolta improvvisa con la seconda vittoria elettorale di Donald Trump, benché le cause di questo progressivo divorzio non siano da attribuire alla sua sola persona.
I fatti. Un lungo elenco di vicende ha messo in luce il problema, a partire dall’aggressione russa all’Ucraina per il cui sostegno l’Unione europea si è spesa a fondo, mentre da Washington sono giunti segnali alterni: insufficiente coinvolgimento per la difesa del Paese aggredito, indebolimento della Nato, strizzate d’occhio – e qualcosa di più – a Putin.
Sul conflitto Israele-Hamas l’Amministrazione Usa ha preso solo le parti di Tel Aviv, anche quando era ormai chiaro che Gaza, rasa al suolo, stava subendo una carneficina. I faraonici piani di ricostruzione sul modello resort di lusso, con l’espulsione dei pochi palestinesi rimasti e il “fantoccio” del Board of Peace, hanno messo una pietra tombale sul popolo dei gazawi.
Nel frattempo, Trump apriva un’altra guerra, questa volta commerciale, con mezzo mondo, applicando – poi mitigando, quindi rafforzando – dazi su merci e materie prime, ponendo in difficoltà le economie europee e di numerosi altri Paesi. Quindi è stata la volta della Groenlandia, legata a doppio filo alla Danimarca, presa di mira dal Presidente Usa, minacciata di invasione oppure di essere semplicemente comprata, come fosse un prodotto sul mercato. Non ultima, è arrivata la guerra al regime iraniano, con le conseguenze che stiamo misurando (esteso conflitto militare, instabilità regionale, innalzamento dei costi energetici), senza intravvedere una reale via d’uscita.
In alcuni di questi casi (ma ce ne sarebbero altri) gli Usa hanno direttamente intaccato le relazioni con l’Europa; in altri il rapporto si è deteriorato nella media e lunga distanza.
Fino ad arrivare agli incomprensibili affondi contro Papa Leone: lì Trump ha toccato uno dei punti più bassi del suo mandato presidenziale, sollevando le reazioni dei governi di tutta europea. Un’offesa – le sue smodate esternazioni – che ha provocato anche la sensibilità diffusa di credenti e non credenti, avendo coinvolto la più alta figura di pace e riconciliazione che il mondo oggi riconosce.
Ora, va detto che la deriva dei continenti non si può imputare solo a Trump. Dietro di lui c’è un’intera Amministrazione politica e, non va dimenticato, un sentire popolare che ha voluto Trump alla Casa Bianca. Ma responsabilità si possono individuare anche sul fronte europeo, laddove i fondamenti della “casa comune” – pace, democrazia, diritti – rischiano di essere dimenticati sotto il peso della cronaca, dei conflitti, dei diffusi nazionalismi. L’Europa comunitaria necessita in questa fase di ritrovare coesione, autonomia politica e diplomatica, ruolo di pace sul quadrante mondiale. Per questo ha bisogno di leadership politica, così pure di risorse e mezzi adeguati. Per ritessere una proficua amicizia con gli Usa (guidati non per sempre da Donald Trump e affini) anche l’Europa deve fare passi in avanti. Il futuro lo si costruisce a partire dalle proprie responsabilità.
@Foto Ansa/Sir