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Roma
di REDAZIONE 16 ott 07:30

Con il Covid cresce la fame nel mondo

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Presentata la 15ª edizione dell’“Indice globale della fame” curato dal Cesvi: sono più di 50 i Paesi in grave sofferenza

Il Cesvi, un’organizzazione umanitaria italiana laica e indipendente, nata a Bergamo nel 1985 e presente in 22 Paesi, ha presentato nei giorni scorsi la 15ª edizione dell’“Indice globale della fame” che presenta timidi se non timidissimi segnali di miglioramento della situazione, anche se la fame rimane acuta. Sono 11 i Paesi che registrano livelli di fame allarmanti e 40 quelli che appartengono alla categoria grave. Secondo lo studio le conseguenze socioeconomiche dell’emergenza Covid-19 potrebbero peggiorare la situazione, andando ad aggiungersi all’impatto del cambiamento climatico sulla produzione, disponibilità e qualità del cibo e quindi sulla sicurezza alimentare globale.

L’“Indice globale della fame” è uno strumento sviluppato per misurare e monitorare complessivamente la fame a livello mondiale, regionale e nazionale, sulla base dell’analisi di quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni. L’“Indice globale della fame” 2020 si concentra sulla fame in relazione alla salute umana, animale e ambientale e lo sviluppo di relazioni commerciali eque, mostrando come le attuali sfide siano interconnesse e richiedano un’azione a lungo termine e soluzioni politiche. Dall’edizione 2020 emerge che il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile, conosciuto come “Fame zero”, fissato per il 2030, rischia di non essere raggiunto: al ritmo attuale, 37 Paesi non riusciranno nemmeno a raggiungere un livello di fame basso nella Scala di Gravità. Inoltre, la pandemia di Covid-19 con la relativa recessione economica, e le devastanti conseguenze del cambiamento climatico, stanno aggravando l’insicurezza alimentare e nutrizionale di milioni di persone.

Le analisi del rapporto Cesvi confermano che sono l’Asia meridionale e l’Africa a Sud del Sahara le regioni con i livelli di fame più elevata. In entrambe le aree la fame è di livello grave, a causa dell’elevata percentuale di persone denutrite (rispettivamente 230 e 255 milioni) e dell’alto tasso di arresto della crescita infantile (1 bambino su 3). L’Africa a sud del Sahara ha il più alto tasso di mortalità infantile al mondo, mentre l’Asia meridionale ha il più alto tasso mondiale di deperimento infantile.

“L’Indice globale della fame 2020 – ha sottolineato la presidente di Cesvi, Gloria Zavatta – mostra che la lotta alla fame globale deve essere sempre di più un impegno comune e una sfida sempre più urgente, resa ancora più complessa dalla pandemia di Covid-19 e dalle sempre più drammatiche conseguenze del cambiamento climatico. Cesvi, attiva con 121 progetti in 22 Paesi del mondo, è in prima linea da decenni nella lotta alla fame e nel sostegno alle popolazioni in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Soprattutto nei paesi caratterizzati da elevati livelli di povertà e di difficoltà di accesso al cibo, come la Somalia, interviene per migliorare i livelli di nutrizione e sicurezza alimentare.

I dati presenti dell’“Indice globale della fame 2020”, basandosi su dati antecedenti alla crisi sanitaria, non riflettono ancora l’impatto del Covid-19 sulla fame e sulla malnutrizione. Secondo le previsioni, la pandemia e le sue conseguenze economiche potrebbero raddoppiare il numero di persone colpite da crisi alimentari acute. Le misure adottate in tutto il mondo per contenere la diffusione del Covid-19 hanno aumentato l’insicurezza alimentare limitando in alcune aree l’accesso ai campi e ai mercati, provocando impennate localizzate dei prezzi alimentari e riducendo le opportunità di reddito – in altre parole diminuendo la capacità delle popolazioni vulnerabili di acquistare cibo. La contrazione economica associata alla pandemia potrebbe aumentare di 6,7 milioni i bambini che soffrono di deperimento, indice di malnutrizione acuta, nei paesi a basso e medio reddito. Gli eventi del 2020 stanno mettendo a nudo molti punti deboli del sistema alimentare mondiale che ha dimostrato di non essere in grado di sconfiggere la fame entro il 2030 e di essere inadeguato per fare fronte anche alle crisi in corso: cambiamento climatico, pandemie, infestazioni di insetti.

REDAZIONE 16 ott 07:30