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Strasburgo
di CRISTINA SCARONI 17 gen 12:59

Morgano, per un'Europa dei cittadini

A pochi mesi dall’elezione per il nuovo Parlamento Europeo, l’intervista all’eurodeputato bresciano Luigi Morgano. Oggi più del 70% della legislazione nazionale dipende dalle decisioni assunte in Europa

Negli ultimi anni si è fatta sempre più insistente l’idea che i successi siano da attribuire ai singoli Stati e che le difficoltà siano imputabili all’Unione Europea. Questo è un modo di pensare che deve cambiare”. Inizia così l’intervista con l’eurodeputato bresciano Luigi Morgano (Pd). Nel suo servizio a Strasburgo si è occupato principalmente, tra le altre cose, di Horizon Europe (il programma per la ricerca e l’innovazione), di protezione dei beni culturali, di garanzia per i minori e della direttiva per il diritto d’autore.


Spesso si fa fatica a comprendere quali siano i reali compiti del Parlamento Europeo. Quanto incide il lavoro di Strasburgo sulle attività dei singoli stati dell’Unione?

A differenza degli altri parlamenti dei Paesi democratici, quello europeo non ha potere d’iniziativa, e forse questa è una particolarità non molto nota. Il nostro Parlamento, oltre ad avere compiti di supervisione e bilancio, si occupa di legislazione. Sulla base delle proposte della Commissione Europea, adotta infatti la legislazione dell’Unione insieme al Consiglio dell’UE – dove siedono i capi di governo e, a seconda delle tematiche, i ministri degli stessi –. Fornire soluzioni ai temi che vengono segnalati è perciò un’attività che comporta una combinazione tra questi tre organi. Forse da questo derivano le difficoltà di comprendere fino in fondo il funzionamento del Parlamento e le competenze dell’Unione. Più del 70% della legislazione nazionale dipende dalle decisioni assunte in Europa.


Gli Stati devono recepire le indicazioni europee, ma l’Italia, soprattutto nell’ultimo periodo, si rivela sorda agli appelli e viene spesso richiamata all’ordine. Cosa succede?

Tutto ciò che viene fatto è perché è stato deciso e quindi, a suo tempo, anche l’Italia era d’accordo su una serie di determinazioni condivise con gli altri Stati dell’UE. Le direttive hanno forza cogente. Certo, talvolta possono esserci delle particolarità poiché, realisticamente, le tematiche non sono le medesime in tutti i Paesi. Ciò che succede in Italia è questo: un continuo rinvio del recepimento. Questo costituisce un problema per la realtà produttiva: infatti i parametri assunti valgono per il mercato interno. Anche a livello mondiale, la forza dell’Europa sul piano economico è oggettivamente molto alta. Le difficoltà, come noto, riguardano la politica estera: avere un sistema adeguato di garanzia rispetto a sicurezza e difesa, il coordinamento con l’intelligence – visto il tema del terrorismo e degli attacchi cibernetici –… La necessità di un’integrazione è partita proprio durante questa tornata legislativa con una maggiore responsabilizzazione dell’Europol, ma si tratta di un cammino che più Stati devono fare.

A pochi mesi dal voto, qual è la posta in gioco?

Guardando al futuro dell’Europa, dobbiamo chiederci in che direzione andare. Nella direzione dell’Europa dei cittadini – così come auspicavano i Padri fondatori, non a caso parlando di Stati Uniti d’Europa – o della cosiddetta Unione Europea degli Stati che vogliono mantenere una sovranità nazionale? Davvero c’è qualcuno che pensa di gestire il tema del terrorismo e degli attacchi cibernetici senza un supporto di rete a livello europeo? Rappresentiamo il 6% della popolazione mondiale e viviamo nell’epoca della globalizzazione rispetto a tutte le attività di tipo economico, finanziario, industriale, produttivo e culturale. Siamo in un sistema democratico fondato sulle libertà e sui diritti. Immaginare, oggi, di restare nella situazione attuale determina un grandissimo errore di prospettiva: il mondo continua a camminare e noi non possiamo permetterci di stare fermi. Voglio anche ricordare la visita di papa Francesco al Parlamento Europeo. In quell’occasione ha sollecitato l’Europa a essere se stessa, risvegliandosi dal ruolo dormiente di “nonna” e riprendendo quello di guida ideale. Quindi, la scelta che avremo di fronte a maggio è una scelta di grande rilevanza: “Perché l’Europa?”.


In termini di ricerca e innovazione, il programma Orizzonte 2020 ha riscosso molto successo. Sull’onda di questa ottima riuscita, nasce il programma Orizzonte Europa che si propone di consolidarne i risultati, prefiggendosi obiettivi ancora più ambiziosi investendo sul futuro dell’Europa, mirando a rafforzarne la propria posizione in un contesto globale. Lei è stato relatore di questa proposta, cosa può dire a riguardo?

Abbiamo concluso il 2018 come Anno europeo del patrimonio culturale. Questi mesi hanno coronato un percorso durato quattro anni, partito dalla consapevolezza della necessaria integrazione della ricchezza culturale europea: una ricchezza che va tutelata, valorizzata, conservata ma anche sviluppata in un’ottica futura, compiendo scelte di ordine culturale. L’attenzione viene posta anche sulla questione “materiale o immateriale?”. Pensiamo infatti alla tutela delle lingue, alla conservazione delle tradizioni e alla capacità di dare spazio alle novità come, ad esempio, le micro-imprese creative che oggi rappresentano un primato, un’eccellenza straordinaria che va tutelata. Provo a portare un esempio: il settore della cultura, che comprende anche quello del digitale e dell’informatica, è quello che più di tutti esige una presenza giovanile occupata, dai noi rappresentata da oltre il 20% di giovani dai 15 ai 29 anni. Per il programma Orizzonte Europa si parla di circa 120 miliardi di investimento, una cifra che può riportare l’Europa a competere con gli Stati Uniti e la Cina. Ora c’è bisogno di una serie di interventi che guardino al futuro. Una parte è già stata definita e concretizzata: pensiamo ai corpi europei di solidarietà, al diritto d’autore, al tema della privacy e all’impegno affinché tutti i minor possano godere di un’istruzione adeguata. Teniamo conto che in Europa i minori considerati a rischio povertà reale sono circa 28 milioni, una cifra impressionante. È necessario definire una strategia e esiste, sia a livello di Commissione Cultura sia a livello di Parlamento, è necessaria un’idea forte e condivisa. Facciamo sì che si possa guardare all’Europa come alla culla della cultura: mettiamo in campo anche ciò che serve a livello normativo per compiere scelte di fondo che tutelino effettivamente i cittadini e mettano l’uomo nelle condizioni di controllare da sé le tecnologie, e non viceversa.


CRISTINA SCARONI 17 gen 12:59