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Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 27 set 07:54

Il Grande e Brescia aspettano "Tosca"

Domani alle 20.30, con il capolavoro pucciniano, l'inaugurazione della stagione d'opera e di balletto del Massimo cittadino. Le attese del soprintendente Umberto Angelini che vede nella opera di apertura un altro tassello del puzzle che con la Fondazione sta creando per la crescita della città

Ancora poche ore e il sipario del Grande si aprirà per raccontare, sulle note immortali di Giacomo Puccini, le vicende di Floria Tosca, Mario Cavaradossi e del barone Scarpia in una Roma che non è più quella dei primi anni del 19° secolo successivi alla caduta della Repubblica romana, ma del 1880.

Interamente allestita a Brescia, Tosca è una nuova produzione che vede la regia di Andrea Cigni. Nel cast di regia anche Dario Gessati per le scene, Lorenzo Cutùli per i costumi e Fiammetta Baldiserri per le luci. La direzione d’orchestra è affidata a Valerio Galli che ha fatto il suo debutto nella direzione d’opera proprio con il titolo pucciniano nel 2007 al 53° Puccini Festival, vincendo poi il premio “Maschera d’oro” come giovane direttore emergente. Il cast vede alternarsi nel ruolo di Floria Tosca Virginia Tola e Charlotte-Anne Shipley, Mario Cavaradossi sarà interpretato da Luciano Ganci e Mikheil Sheshaberidze, Scarpia da Angelo Veccia e Devid Cecconi, Il Sagrestano da Nicolò Ceriani. Al loro fianco Nicola Pamio (Spoletta), Luca Gallo (Cesare Angelotti) e Stefano Cianci (Sciarrone).

Gli ultimi dettagli, anche dopo la generale aperta al pubblico degli studenti, sono stati messi a punto. Per il soprintendente Umberto Angelini e il suo staff, che da pochi giorni hanno archiviato quella che a detta di molti è stata la migliore delle Feste dell’opera realizzate in questi anni, si tratta solo di attendere. Anche se toccherà al pubblico bresciano giudicare il lavoro svolto, in via Paganora c’è la consapevolezza che anche questa “Tosca” che il 28 settembre apre la stagione d’opera e balletto, è un tassello importante nella costruzione di un puzzle in cui il Grande è elemento centrale nella crescita della città. Un concetto che Umberto Angelini ribadisce in questa intervista.

A poche ore dal debutto di Tosca qual è il sentimento che prevale in lei: quello dell’attesa per ciò che accadrà o quello del dubbio che tutto sia stato fatto per il meglio?

Sto vivendo un’attesa positiva. In queste ultime settimane il Grande ha ospitato le prove di Tosca e siamo fiduciosi. Quella che si appresta al debutto è una “Tosca” per noi molto importante, che apre una stagione lirica con sette titoli, sei dei quali d’opera, compreso l’omaggio a Giancarlo Facchinetti che ci vede impegnati anche sul fronte della produzione. Proponiamo, oltre a quella del maestro scomparso da poco, “Rinaldo” di Haendel, un’altra opera mai rappresentata a Brescia. Per questo “Tosca” è per noi un buon viatico perché il lavoro che in queste settimane è stato fatto dal regista Andrea Cigni e dal suo gruppo di lavoro ci soddisfa molto.

L’opera di Puccini non ha più segreti per il pubblico. Che “Tosca” è quella che debutta tra poche ore?

Quello che il pubblico bresciano potrà vedere tra poche ore è uno spettacolo dal taglio cinematografico, con costumi molto potenti da un punto di vista visito e supportata da un grande lavoro drammaturgico portato avanti con i cantanti. Speriamo che anche il pubblico condivida la nostra soddisfazione e apprezzi il lavoro che è stato veramente condotto al meglio delle nostre possibilità.

Quali sono gli elementi di cui un soprintendente deve tenere conto nel progettare una stagione lirica in una città come Brescia?

Sicuramente quello dell’equilibrio tra la componente di libertà e le esigenze degli altri teatri che fanno parte del circuito OperaLombardia. Con gli altri direttori nascono spesso discussioni anche animate, perché non sempre i punti di vista coincidono. Ma poi le scelte devono essere assunte all’unanimità, portandosi dietro diversità di vedute e storie culturali di città che sono l’una diversa dalle altre. Sono questi gli elementi che guidano la progettazione di una stagione. Detto questo, però, non posso non ricordare che quella che sta per aprirsi è per il nostro teatro una stagione molto importante perché ci vede mettere in scena, unica realtà del circuito, un lavoro come quello di Giancarlo Facchinetti. Per noi non si tratta di un doveroso omaggio all’artista scomparso da poco tempo, a un musicista di primo piano del panorama nazionale, ma della sottolineatura del suo lavoro e della sua statura artistica che grande importanza hanno avuto anche per il Grande. Come soprintendente, poi, sono chiamato a tenere conto di una serie di equilibri, a partire da quello economico, e che vanno dal proporre lavori mai rappresentati o che mancano dal cartellone da molti anni, dando in questo modo al pubblico bresciano la possibilità di conoscere lavori nuovi.

A che punto il percorso a lei caro, di fare del massimo cittadino un teatro degno della migliore tradizione europea?

Abbiamo intrapreso già da anni questo cammino che chiede, però, anche un forte coinvolgimento della città. Il Grande, infatti, può veramente diventare un teatro dal respiro europeo se Brescia sceglie di diventare una importante città europea. A oggi, però, le risorse pubbliche e private di cui disponiamo di fatto non permettono di poter percorrere velocemente questo cammino. La mia speranza è che ci sia un cambio di passo e che si scelga di sostenere in modo adeguato quella che è la prima istituzione culturale della città.

Lavorare in una realtà che chiede di pensare proposte sempre nuove con risorse limitate è più un freno o uno stimolo per chi si occupa di direzione artistica?

Ho la fortuna di lavorare con uno staff straordinario che consente di arrivare anche laddove le risorse sembrerebbero non permetterlo. È ovvio che avere risorse in più consentirebbe di essere sempre di più al servizio della città, di disegnare scenari differenti, con percorsi sempre più attenti al pubblico dei giovani. Credo che il Grande sia un teatro efficientissimo da un punto di vista economico e progettuale. Oggi, però, è necessario ridisegnare una visione, un sogno, una prospettiva di lungo periodo che dia alla comunità un teatro in cui riunirsi. Abbiamo sempre più bisogno di una dimensione collettiva.

MASSIMO VENTURELLI 27 set 07:54