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Brescia
26 apr 2015 00:00

25 aprile. Bandierine sbattute dal vento

Quest'anno ricorre il 70° anniversario della Liberazione, un momento per ricordare, ma anche per riflettere sui valori fondanti del Paese. L'editoriale del n° 16 di Voce è di don Adriano Bianchi

A ben guardare certe giornate non mi hanno mai molto appassionato. È probabilmente abbastanza comune per tutti coloro che, per motivi anagrafici, non hanno vissuto certi passaggi storici, come il 25 aprile 1945, divenuti poi snodi essenziali del cammino dell’Italia. Giorni in cui si è fatta la Storia e che hanno, oggi, sempre meno testimoni. Sarà colpa di un orgoglio nazionale che gli italiani, in fondo, non hanno mai coltivato; di una scuola che non è stata capace di trasmettere la portata decisiva di certi avvenimenti o forse di una retorica che in altri Stati pare essere molto più presente.

Noi siamo italiani. Quelli che l’inno nazionale l’hanno imparato guardando le partite di calcio e che godono dello sventolare del tricolore ogni quattro anni in occasione del mondiali. Quelli che non lesinano di sottolineare i difetti e che non sanno valorizzare appieno le loro grandi capacità. Siamo noi. Quelli che il 25 aprile o il 2 giugno ci piacciono soprattutto quando possiamo fare “il ponte”. Quelli che guardano con sufficienza, e non troppa convinzione, le manifestazioni dei reduci, con sempre meno gagliardetti e qualche nostalgico dai capelli sempre più bianchi. Noi italiani che restiamo forse irrimediabilmente un popolo senza memoria e, anche per questo, affaticato nello scorgere il futuro. Sono passati 70 anni dal 25 aprile 1945. Una data che ha segnato una svolta. Un giorno che richiama ai valori come la libertà, la democrazia, la difesa dei diritti di tutti (e la responsabilità ai doveri), al modo di essere comunità nazionale, valori che oggi sono patrimonio comune, quasi scontato. Ogni anno in questo giorno si ricordano i molti che hanno sacrificato per questi valori la vita e la loro giovinezza. Una giornata in cui si è fatta la Storia non per celebrare ridondanti pappardelle politiche, eroi isolati o gruppi in cerca di rivincite, ma un giorno che fu “di popolo” e che dovrebbe essere celebrato “dal popolo”.

Gli italiani si lasciavano allora alle spalle anni di sofferenza, guerra, dittatura e ritrovavano la speranza, il gusto della libertà e la gioia di poter migliorare la propria vita. Ecco perché per chi si sente italiano la Liberazione non può essere un optional. È stato allora che abbiamo scelto chi eravamo e soprattutto chi volevamo essere. Dopo quei giorni i nostri padri hanno codificato quei valori nella Costituzione e noi, nel bene o nel male, a loro siamo stati fedeli. Una fedeltà che ci è richiesta anche oggi, non a parole, ma nella responsabilità del momento presente. Come? Chiedendosi come affrontare con coerenza, e a partire da quei valori fondativi, ad esempio, il dramma dei profughi che fuggono dalla guerra per costruirsi un futuro migliore. Chiedendosi come tradurre “in italiano” la solidarietà, il rifiuto della violenza e la convivenza pacifica. Provando a chiedersi che cosa significa, oggi, aver posto a pilastro del nostro vivere insieme il lavoro, il rispetto della dignità di ogni essere umano, la giustizia e la legalità.

Domande che non possono diventare retoriche, magari da porsi ogni 25 aprile. Sono invece quesiti da tenere a mente, soprattutto mentre si decidono le linee politiche per governare l’immigrazione, l’occupazione, la riscrittura delle regole democratiche, gli istituti giuridici con i quali le persone e le comunità vivranno domani, altrimenti saranno solo bandierine sbattute dal vento.
26 apr 2015 00:00