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di PIERGIULIO BIATTA 09 lug 11:29

Armi: troppi silenzi e complicità

L'opinione del Presidente dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa - Opal a 30 anni dall’entrata in vigore, il 9 luglio 1990, della Legge n. 185 che ha stabilito “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”

Sono trascorsi esattamente 30 anni dall’entrata in vigore, il 9 luglio 1990, della Legge n. 185 che ha stabilito “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”. La legge fu approvata dal Parlamento con un’ampia maggioranza dopo cinque anni di intensi lavori durati due legislature. Una normativa fortemente voluta da un ampio movimento dell’associazionismo cattolico e laico anche a seguito delle inchieste sui traffici di armi da parte dell’Italia durante gli anni ottanta. Tra le iniziative di quegli anni vanno ricordate, oltre alle denunce di padre Alex Zanotellli e dei compianti mons. Tonino Bello e padre Eugenio Melandri, soprattutto le mobilitazioni della campagna “Contro i mercanti di morte” promossa dalle Acli, Pax Christi, Mani Tese e Mlal e dalle riviste Missione Oggi e Nigrizia con il sostegno di ampi settori dei sindacati dei lavoratori metalmeccanici. Nonostante le modifiche apportate nel corso degli anni al fine, come spiega il legislatore, di aggiornarla “al ruolo dell’Italia nel nuovo quadro internazionale” e alle “mutate esigenze del comparto della difesa”, la legge 185/1990 ha mantenuto le sue caratteristiche originarie. Una legge che è, dunque, tutt’oggi attuale e sostanzialmente valida. Ma che risulta per lo più inapplicata. O meglio che è stata e viene tutt’ora applicata badando soprattutto a non incorrere in plateali violazioni, invece che a metterne in atto i principi ispiratori ed i criteri di valutazione. Un confronto tra le norme della legge e i dati sulle esportazioni militari è indicativo di questa tendenza. La legge stabilisce che le esportazioni di armamenti “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: i dati ufficiali della Relazione governativa mostrano invece che negli ultimi quattro anni i principali acquirenti di sistemi militari italiani non sono stati i Paesi alleati dell’Unione europea e della Nato, ma i Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente a cui sono state autorizzate esportazioni militari per quasi 17 miliardi di euro, pari al 51,2% del totale (33 miliardi di euro). Non solo. La legge vieta espressamente l’esportazione di armamenti “verso i Paesi in stato di conflitto armato”, “i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani” e “verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”. Tra i maggiori destinatari dei sistemi militari italiani spiccano invece le monarchie assolute islamiche della penisola araba (Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman) e diversi Paesi del bacino sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco). Sono regimi universalmente noti per le gravi violazioni dei diritti umani, per il ricorso alla guerra e per gli interventi militari mai legittimati dell’Onu. Tutto questo è stato reso possibile con la complicità e i silenzi di molti, non ultimo del Parlamento. La Rete italiana per il disarmo, di cui l’Osservatorio Opal è membro, non ha però mai mancato di portare all’attenzione il problema. Lo farà anche in questi giorni con iniziative a Roma e a Brescia. Esportare armi, sostenendo regimi autoritari e alimentando i conflitti – da cui fuggono migliaia di persone che cercano rifugio anche nel nostro Paese – non solo è una follia. È un crimine. È bene ricordarcelo celebrando il trentennale della legge che impegna il governo a “predispone misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”. Una norma, anche questa, mai attuata.


PIERGIULIO BIATTA 09 lug 11:29