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Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 07 mag 2026 08:16

Beccalossi: grazie per avermi fatto sognare!

Il mondo dello sport italiano ha pianto la scomparsa di due campioni come Alex Zanardi e Evaristo Beccalossi, molto più simili di quanto si possa immaginare. Entrambi, infatti, sono stati i degni interpreti di un modo di intendere lo sport che ormai appartiene irrimediabilmente (e purtroppo) al passato, un mondo in cui i valori principali non erano certo il risultato da ottenere a ogni costo. Zanardi è stato e continuerà a essere uno sportivo che ha saputo essere campione non solo sulla pista, ma soprattutto nella vita, nella capacità straordinaria di non rassegnarsi mai, di trovare sempre una ragione per sperare, per sorridere e per donare un sorriso. Quello stesso sorriso che anche Evaristo Beccalossi ha più e più volte saputo strappare con le sue giocate, prima con la maglia del Brescia e poi con quella dell’Inter, che l’ha lanciato alla ribalta del calcio nazionale. Un calciatore, un uomo come Beccalossi, oggi, difficilmente troverebbe spazio in un calcio fatto non solo di schemi, di tattica, di agonismo, ma anche di troppa (malsana) sovraesposizione mediatica. Con la stessa naturalezza con cui capitava di incontrarlo per le vie di Brescia con la sigaretta tra le labbra, affrontava con finte e controfinte i più arcigni interpreti del calcio all’italiana. Nelle giornate di grazia (che non sono state poche, come possono testimoniare i tanti che, come me, hanno avuto la fortuna di vederlo all’opera), Evaristo Beccalossi riusciva, per tecnica e classe, a far scomparire dal campo calciatori del calibro di Platini, Zico e Maradona. E anche nei giorni in cui la grazia veniva meno, era difficile che uscisse dal campo contestato dai tifosi. Non avvenne nemmeno nella serata ormai diventata storica dei due rigori sbagliati nel corso di una partita di Coppa Uefa. San Siro, al termine della partita (comunque vinta dall’Inter), aveva perdonato il suo idolo, quel giocatore che, col numero 10 sulle spalle, sapeva far sognare non solo per la sua bravura, ma perché aveva saputo mantenersi uomo. Vista con gli occhi di oggi, questa è stata una capacità straordinaria. Nelle sue parole (anche nella stagione da commentatore televisivo) e nei suoi gesti, c’è sempre stata la consapevolezza che il calcio è un gioco, ma la vita reale è ben altra cosa. Una lezione che, in molti, in quella torre d’avorio che sembra essere diventato il calcio, dovrebbero imparare!

MASSIMO VENTURELLI 07 mag 2026 08:16