lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
di LUCIANO ZANARDINI 18 gen 12:35

Cuori di pietra

Chi fa volontariato attivo deve chiedersi se anche con il suo linguaggio sta davvero aiutando gli altri (i familiari, gli amici, i membri del proprio gruppo/associazione, i destinatari del suo servizio) e la comunità a crescere

Recentemente ho partecipato a un incontro durante il quale, in un intervento dal pubblico, è stata sottolineata la presenza anche nelle nostre comunità di molti cuori di pietra. Ma cosa significa avere un cuore di pietra? Potrebbe sembrare quasi un paradosso se guardiamo alla nostra società e alla grande rete del volontariato che in essa vi opera in maniera generosa. In Italia il tempo messo a disposizione in maniera libera e gratuita dalle persone supplisce alle carenze dello Stato che, ovviamente e per fortuna, non può arrivare dappertutto. Come è possibile, allora, non stupirsi più del grado di imbarbarimento in cui siamo immersi? Siamo disposti ad aiutare gli altri, ma siamo anche attenti a distinguere bene chi ha il diritto, secondo noi, di essere aiutato. E così applaudiamo giustamente chi favorisce l’autonomia dei disabili ma condanniamo chi cerca di favorire l’integrazione (si può leggere anche come autonomia) delle persone di origine straniera. Si accolgono i profughi, ma si tagliano i fondi per l’alfabetizzazione (dove sono finiti i sostenitori della lingua italiana come fattore di inclusione?). Siamo disposti ad aiutare chi non arriva a fine mese, non ci piace, però, tendere la mano a chi soffre ma proviene da un’altra cultura. Con il termine “buonismo” abbiamo anche creato il reato di bontà. Aiutare gli altri, cioè fare quello che ci rende più umani, è diventata una colpa. È quanto meno assurdo per una civiltà come la nostra che pretende di dare lezioni agli altri di cultura. Dov’è finito quell’umanesimo cristiano che ha forgiato l’Europa? Il “noi e loro” è uno slogan che ben si addice alla nostra quotidianità. È evidente a tutti che il linguaggio della politica è entrato a gamba tesa anche nelle nostre comunità. E forse non potrebbe essere altrimenti.

Viviamo in una società sempre più conflittuale dove il clima è esacerbato, e non poco, dai social e dai mezzi di comunicazione. In questi anni è stata esasperata, complice la crisi economica, una narrazione drammatica. Non funziona nulla. Chi trascorre una giornata davanti alla televisione si convince che il mondo là fuori è una selva in cui è difficile districarsi. Sappiamo bene che non è così. E così i numeri e i dati statistici diventano visioni parziali e perdono la loro caratteristica oggettività. E al presidente dell’Inps che, per citare un esempio, presenta alcune proiezioni, si risponde con uno slogan o con una pernacchia. In quella che chiamiamo era della post autorità tutti hanno la presunzione di poter smentire chi, in quella materia/ambito, ha i titoli per esprimersi. Purtroppo “non pensiamo mai da soli” come spiega bene il libro “L’illusione della conoscenza” di Steven Sloman e Philip Fernbach. “Non ci rendiamo conto – scrivono gli autori – di quanto poco sappiamo; basta un briciolo di conoscenza a farci sentire esperti. E a quanto pare neanche le persone con cui parliamo sanno molto. Ciò aumenta la nostra percezione di essere competenti. Ecco in che modo una comunità della conoscenza può diventare pericolosa: le persone con cui parliamo sono influenzate da noi e – a dirla tutta – anche noi lo siamo da loro”. Le nostre convinzioni si autoalimentano e si rafforzano sui social dove, solitamente, cerchiamo il consenso di chi è vicino alle nostre idee e non il confronto con gli altri. Un esempio? Il tipo di pagina che uno intende seguire o il gruppo al quale aderisce. Fin qui l’analisi della situazione. E allora cosa dobbiamo fare? Forse è bene rimettere al centro l’essenziale. Può sembrare un esercizio di retorica ma non lo è. Semplicemente dobbiamo chiederci se “il noi e loro” ci rende più umani o se invece ci incattivisce ulteriormente, se la rabbia rende migliori le nostre giornate o se invece la appesantisce…. E chi fa volontariato attivo deve chiedersi se anche con il suo linguaggio sta davvero aiutando gli altri (i familiari, gli amici, i membri del proprio gruppo/associazione, i destinatari del suo servizio) e la comunità a crescere.

LUCIANO ZANARDINI 18 gen 12:35