Eventi catastrofici
La ricorrenza di un evento catastrofico, come il terremoto che dieci anni fa ha colpito alcuni comuni dell’Appennino centrale, ci ricorda la fragilità del territorio e delle comunità insediate. Una stima condotta quasi cinquant’anni fa, nell’ambito del Progetto finalizzato Geodinamica del Cnr, evidenziava come il numero di vittime annuo atteso per i terremoti sarebbe stato pari ad un decimo se il patrimonio edilizio fosse stato ristrutturato e reso sismico-resistente, piuttosto che abbandonato ad una inevitabile obsolescenza. Una questione cruciale per le aree interne del nostro Paese, soprattutto dopo l’approvazione del Piano Nazionale, aree che necessitano di politiche attive per garantire il permanere di tradizioni, stratificazioni culturali, consuetudini e costumi in zone economicamente poco appetibili e poco accessibili, nonché fragili. Ovviamente non si può eludere una doverosa riflessione sulle priorità di allocazione delle risorse pubbliche, sempre rare, da investire per il bene delle comunità. Consolidare il patrimonio storico è costoso, destinare risorse in quella direzione è una decisione che deve essere presa nella consapevolezza e con la partecipazione delle comunità insediate. Si impone anche una riflessione sull’adeguatezza di norme, procedure e risorse umane.
Se il momento dell’emergenza è, nel nostro paese, espressione di solidarietà smisurata e finanche eroismo, la fase della ripresa, che è ben più vasta e profonda della sola ricostruzione materiale degli edifici e dei servizi, evidenzia quasi sempre la paradossale inadeguatezza. In quasi tutte le aree interessate dai più violenti terremoti degli ultimi cinquant’anni la ricostruzione non è completa, ad eccezione del Friuli, che fu colpito mezzo secolo fa. Appare difficilmente comprensibile soprattutto la lentezza, anche in presenza di poteri delegati a commissari straordinari, scelta molto in voga. Se è vero che le azioni di ricostruzione sono esse stesse investimento in prevenzione degli effetti catastrofici di futuri eventi, nondimeno la rapidità della ricostruzione è condizione per scongiurare il disgregarsi del tessuto sociale.
Chiudo con l’esempio virtuoso ricordato in questi giorni dalla stampa locale. Nel 2016 la comunità di Brescia adottò quella di Gualdo, piccolissimo paese della provincia di Macerata. La raccolta di fondi gestita intelligentemente dal Giornale di Brescia e dalla Fondazione della Comunità Bresciana consentì a quella piccola comunità di ricostruire l’unico servizio aggregante che il piccolo borgo poteva vantare: la scuola… in meno di un anno. Fondi privati si dirà, ma procedure rispettate. Dunque si può. Perché non tradurre l’eccezionalità – positiva – in norma?
(Foto Calvarese/SIR)