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di DOMENICO FIDANZA 25 mar 2026 16:02

Il noi va generato

C’è una parola che a Bergamo ha risuonato più di ogni altra: noi. Non un pronome neutro, ma una scelta culturale, una provocazione. Il Convegno nazionale sulla pastorale delle persone con disabilità non ha parlato solo di servizi o buone pratiche, ma ha messo in discussione il modo in cui pensiamo la comunità e le relazioni che la fondano. Il titolo “Noi: progetto di vita e comunità” indica un cambio di paradigma. Non si tratta più di organizzare risposte assistenziali, ma di riconoscere che ogni persona porta con sé un progetto di vita, che nasce dal desiderio, si costruisce nella relazione e si realizza all’interno di una comunità. È il passaggio decisivo dal “fare per” al “fare con”, dalla prestazione alla partecipazione, dalla solitudine all’appartenenza.

Durante il convegno, momenti di incontro e di spiritualità condivisa hanno mostrato concretamente come il noi possa generarsi. Laboratori sensoriali, tavoli di discussione e momenti di preghiera hanno permesso alle persone di sperimentare relazioni autentiche, dove la vulnerabilità non è un limite, ma un’occasione di ascolto e scambio. Questi momenti hanno ricordato che la vita di comunità non si costruisce solo con leggi e servizi, ma con gesti concreti, attenzione reciproca e presenza costante. Il Vangelo ci insegna che non esiste un individuo isolato, ma un popolo, un corpo, una comunione. Il noi solidale evangelico qualifica le relazioni di tutta la comunità trasformando ogni incontro in un’occasione di cura reciproca e crescita condivisa. Ed è proprio con la vulnerabilità che emerge una forza inattesa: la capacità di generare dialogo; l’incontro tra persone di diverse religioni ha mostrato che l’ascolto autentico trasforma le parole in relazione e apre alla comunione, perché la fragilità rivela l’esigenza universale di senso e cura. Il convegno ha intrecciato il sapere pastorale e il sapere scientifico: teologia, pedagogia, diritto e scienze sociali, sport, lavoro ed educazione hanno dialogato senza restare ciascuno nel proprio linguaggio. Questo dimostra che il pensiero sulla disabilità non è separato dalle forme di sapere, ma è luogo di convergenza, dove teoria e prassi si alimentano a vicenda.

La collaborazione tra comunità civile ed ecclesiale rivela che la trasformazione culturale non è solo desiderabile, ma possibile, se si costruiscono reti solide e spazi autentici di confronto. Al centro resta il progetto di vita, oggi rafforzato dalle politiche pubbliche, ma nessuna riforma può sostituire un cambiamento culturale: la disabilità non è un tema tra gli altri, è uno specchio che mostra la qualità delle nostre relazioni e della comunità. La Chiesa è chiamata a essere ponte: non limitarsi a parlare, ma accompagnare, creare legami, incarnare la prossimità, abitare i territori e rendere visibile la dignità di ciascuno. Il noi non è già dato: va generato ogni giorno, con me, con te, con tutti. Richiede responsabilità condivisa, alleanza e uno sguardo capace di riconoscere che ogni vita è intrecciata con le altre. La comunità si costruisce nei luoghi dove formazione, cultura e lavoro si incontrano, trasformando la fragilità in speranza e la relazione in cura. Ogni giorno è un’occasione per generare un noi autentico, dove la presenza di ciascuno arricchisce la vita di tutti e rende la comunità un luogo di dignità e di vita concreta. Come stiamo generando il nostro noi oggi? Come possiamo fare in modo che queste esperienze non restino isolate, ma diventino una cultura condivisa, capace di trasformare il nostro modo di essere insieme? Sarà questa la vocazione della comunità che sapremo costruire ogni giorno? 

DOMENICO FIDANZA 25 mar 2026 16:02