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Roma
28 apr 2016 00:00

Il profumo degli adolescenti

Il Giubileo dei ragazzi è andato benissimo perché abbiamo scelto le cose più scomode insieme a quelle più comunitarie. È stata una faticaccia stare tutti insieme alla Fiera di Roma. Ma è stato bello, entusiasmante, a misura di ragazzi. L'editoriale di questa settimana è di don Marco Mori

L’odore delle pecore, alla fine, si sente. Concreto, per citare Francesco. Dopo due giorni di accampamento alla Fiera di Roma, anche il deodorante spruzzato su tutto e su tutti fa quello che può. Un animatore (non so con quanta consapevolezza!), rientrando dalla sosta del viaggio, si mette a sentenziare: “Alla fine del nostro viaggio, questo pullman non lo laveranno, ma lo butteranno”.

Eppure c’è qualcosa di bello e di nuovo dentro la logica di questa “sbaraccata”. Avevo chiesto con un po’ di trepidazione e di paura ai miei adolescenti, pochi minuti prima di ripartire, in Piazza di Spagna: “Quindi, ragazzi, come è andata?”. E loro, senza nemmeno far passare un secondo: “Tutto molto bello, compresa la Messa!”. A me che chiedevo se era andata bene, loro hanno risposto con “il bello”. Ho riflettuto molto su questo cambio e parto da qui con la mia riflessione. Il Giubileo dei Ragazzi ci obbliga a domandarci cosa funziona e cosa non funziona nel nostro stare con loro. Perché – sorpresa?– il Giubileo è andato benissimo. Quindi significa che è possibile una pastorale per i nostri adolescenti, a patto che si mettano in cantiere alcune decisioni. Il Giubileo è andato benissimo perché abbiamo scelto le cose più scomode insieme a quelle più comunitarie. È stata una faticaccia stare tutti insieme alla Fiera di Roma. Ma è stato bello, entusiasmante, a misura di ragazzi, con un significato di “diocesanità” non teorico ma sperimentato.

Ho sentito una catechista che commentava: “Mi fa piacere che i nostri ragazzi sperimentino cosa vuol dire non avere alcuni comfort, forse si domanderanno cosa significhi per alcune persone essere costrette a vivere così”. È l’attualità di questi giorni che si è infilata, senza polemica ma con verità, dentro un’esperienza pastorale. Mi domando, con tutta onestà, se abbiamo voglia di fare fatica con i ragazzi e se il problema di tanti fallimenti non stia esattamente nel fatto che facciamo fatica a donarci realmente. Il Giubileo è andato benissimo perché ha rimesso sul tavolo la questione dei linguaggi. La serata dell’Olimpico ci ridice che non può esistere una pastorale che non sia tradotta, alla portata, vicina… Ma anche che, dietro a tante nostre discussioni, se una serata di festa sia o non sia pastorale, c’è il nulla: basta che le cose che facciamo con i ragazzi siano inserite in contesti collegati, che accanto alla preghiera ci sia la musica, che insieme alla gioia ci sia la profondità… è quando riduciamo tutto a un unico canale comunicativo che rischiamo il non senso o l’insignificanza.

Il Giubileo è andato benissimo perché il Papa ha unito gesti e parole, con chiarezza e immediatezza. Confessare vicino al successore di Pietro è stata per me un’esperienza di Chiesa completa, umile e forte, ordinaria e straordinaria. Le parole che ha detto ai ragazzi sono state dirette e semplici, senza sconti ma affascinanti: “State in piedi, risorti!”. Sono state belle giornate, così come mi hanno detto gli adolescenti: di questa bellezza pulita e profonda abbiamo bisogno. E il Papa ci ha confermato nel nostro essere educatori. Ce la possiamo fare? Credo di sì, davvero. Ma forse bisogna ricominciare ad innamorarci dei nostri ragazzi, di quello che possono portare alla nostra Chiesa, del posto che a loro dobbiamo. Sì, abbiamo proprio bisogno del loro profumo.
28 apr 2016 00:00