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Brescia
di ADRIANO BIANCHI 04 ott 08:36

La domenica del Verbum Domini

“L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Ma nelle nostre comunità da cosa possiamo ripartire per ridare fiato al valore della Parola? Perché non cominciare ad esempio almeno dalla cura della lettura della Parola durante le celebrazioni liturgiche e dalle omelie?

La Bibbia è storia di Dio con l’uomo; è dialogo tra cielo e terra; è richiamo a guardare nell’intimo, ma anche a uscire da sé verso i poveri che sono voce e carne di Dio. La scelta di papa Francesco di indicare un giorno dell’anno liturgico da vivere in modo solenne per riscoprire il valore e la centralità delle Sacre Scritture non fa che sottolinearne, se ancora ce ne fosse bisogno, l’importanza per la vita dei cristiani e della Chiesa. Così il prossimo 26 gennaio 2020 si celebrerà la prima “Domenica della Parola di Dio”. Il Papa con la lettera apostolica “Aperuit Illis”, emanata il 30 settembre (memoria, a 1600 dalla morte, di san Girolamo celebre traduttore della Bibbia in latino), la fissa ogni anno la terza Domenica del Tempo ordinario. Una sorta di domenica del “Verbum Domini”, quasi un contrappunto a quella del “Corpus Domini” istituita da papa Urbano IV, con la bolla Transiturus dell’11 agosto 1264. Ma perché non possiamo fare a meno della Parola per la nostra esistenza di credenti? La Scrittura ha un carattere fondativo e quasi sacramentale: in essa il popolo di Dio si ritrova. La Parola è urlo, è ruggito dei profeti, è grido del povero; a volte è semplice sussurro nella notte, sogno, brivido nell’anima, oppure racconto di una storia. Pensiamo ad esempio alle parabole di cui Gesù è un vero specialista. Le parabole sono la punta più raffinata e più geniale del suo linguaggio. La parabola è per tutti: è laica, universale, raggiunge chiunque e chiama a entrare dentro una vicenda. Nel vangelo il Signore pone anche oltre 200 domande: due modi per gettare un amo nel profondo dell’anima lasciando piena libertà di risposta. La Sacra Scrittura, poi, ha valore di unione. Pensiamo ai salmi, preghiere di due popoli di due religioni diverse, ebraica e cristiana. Leggiamo le stesse parole, preghiamo con le stesse preghiere.

Ed anche ciò che abbiamo indiscutibilmente in comune con i fratelli delle Chiese protestanti è la Parola di Dio. Questo costruisce legami da cui partire nel cammino verso l’unità. La scelta del Papa assume perciò grande valenza ecumenica e interreligiosa. Nel documento, il cui titolo è ispirato dal versetto del vangelo secondo Luca: “Aprì loro la mente per comprendere le Scritture”, il Papa stabilisce che questa festa annuale “sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio” e fa propria l’affermazione di Girolamo, autore della Vulgata: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Ma nelle nostre comunità da cosa possiamo ripartire per ridare fiato al valore della Parola? Perché non cominciare ad esempio almeno dalla cura della lettura della Parola durante le celebrazioni liturgiche e dalle omelie? A volte assistiamo a letture sciatte, senza pathos, senza partecipazione. Qualcuno arriva in fondo alla pagina e si ha chiara l’impressione che non abbia capito nulla di quanto letto... figuriamoci cosa avrà capito l’assemblea! Troppi sono i lettori improvvisati, o coinvolti solo per “far fare qualcosa”. Dovremmo ricordare che nella Chiesa c’è addirittura un ministero istituito dedicato alla Parola: il lettorato. Non si tratta di leggere per conto proprio o di declamare come a teatro, bensì di prepararsi, comprendere e meditare un testo da proporre poi in modo attento e vibrante. Certamente sarebbero necessari dei corsi non tanto di dizione, ma almeno di lettura espressiva. In diocesi non sono mancate alcune proposte, ma qualcosa di meglio si potrebbe fare. Quanto all’omelia che della lettura della Parola è l’opportuno complemento, croce e delizia di ogni prete, si sono spese tante parole e le indicazioni del magistero non mancano. Solo una battuta: “Corta, aderente alla vita e aperta al mistero”, sentenziava della predica più riuscita una vecchia barzelletta. Di sicuro inzuppata di fede e di Spirito Santo.

ADRIANO BIANCHI 04 ott 08:36