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Brescia
di GIULIO REZZOLA 15 dic 2023 11:29

Mafia camaleontica

Se in città c’è una sede della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) vuol dire che nella nostra provincia una qualche forma di criminalità organizzata c’è. Partiamo da questo concetto espresso dal Procuratore Capo, Francesco Prete, nel corso di un seminario su “Il fenomeno mafioso nel territorio bresciano: strumenti di contrasto” per cercare di fare il punto su un aspetto che mina indiscutibilmente una parte del tessuto produttivo bresciano. Che sia industriale, commerciale, artigiano poco importa. Ciò che è emerso dall’esposizione di Prete è che la presenza mafiosa (non etichettiamola al momento) oggi non assoggetta, non soffoca. Si presenta quasi in punta di piedi, non usa parole intimidatorie: fa però capire da dove viene, “dice e non dice”, e questo basta. Si confonde con l’economia legale, si avvale della consulenza di validi professionisti, manda i figli alla Bocconi. È, per così dire, camaleontica. Questo cambiamento radicale nelle sue espressioni è conseguenza di una lunga trasformazione sviluppatasi dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi, sia in Sicilia che in Calabria, soprattutto. Una trasformazione anche di obiettivi, di business, che si manifestano principalmente non più come potere “temporale” ma come potere economico. Nel Bresciano, terra ricca per antonomasia, “Cosa nostra” (più legata al controllo del territorio) passa per così dire in secondo piano rispetto ai cartelli calabresi (‘Ndrangheta), avidi di soldi e che si ha l’impressione agiscano on-demand, su richiesta dell’imprenditore.

Troppo spesso, sempre, sono questi ultimi, infatti, che trovano canali per rivolgersi al mafioso per essere aiutati a risolvere problemi economici della loro attività. Ed è qui che si innesca quel pericoloso vortice che poi non ha fine. Superfluo continuare. Vale però la pena sottolineare alcuni aspetti di questa subdola realtà. Non c’è termometro che possa misurare la presenza di queste organizzazioni, di singoli soggetti o di gruppi collegati alle case madri. Per le Forze dell’ordine è un meticoloso e paziente lavoro di scavo quotidiano in ogni angolo del nostro territorio ma alle spalle ci dovrebbe essere la consapevolezza da parte del privato dell’importanza di denunciare qualsiasi forma di “approccio non convenzionale”. In particolare l’umiltà di rivolgersi senza vergogna a chi li può aiutare veramente a trovare soluzioni legali alle loro difficoltà. Anche le organizzazioni di categoria dovrebbero aumentare la loro capacità di ascolto, fornire la fiducia necessaria a contrastare questo fenomeno per il bene dell’intera economia bresciana. Anche perché, generalmente, sono rappresentate nelle periferie e vivono le realtà “di vicinato”. Ciò che le mafie fanno non è certo un programma di welfare anche se, sostituendosi ai canali tradizionali, danno l’impressione di farlo. Ben venga allora anche la rivalutazione del ruolo del N.A.B. (Network Antimafia Bresciano), organismo formalmente istituito nel giugno 2018 e presieduto dal Procuratore Capo a cui aderiscono una ventina di associazioni. Una rete, con tanto di linea telefonica dedicata, che non si sostituisce alle Forze dell’Ordine ma che supporta la vittima e la accompagna fino alla denuncia dei reati subiti o conosciuti. Sensibilizzare, in fin dei conti, è il termine più indicato per allertare chiunque prima che diventi vittima. Consapevolezza, come detto, è ciò che deve maturare in tutti gli operatori economici per non cadere nelle maglie di soggetti senza scrupoli.

GIULIO REZZOLA 15 dic 2023 11:29