Pena di morte: lo Stato di Israele contro Noè?
Ha suscitato accesi dibattiti la decisione del parlamento israeliano di introdurre la pena di morte per i terroristi palestinesi, colpevoli di azioni che attentano all’esistenza dello Stato di Israele. Innanzitutto, perché reintroduce la pena di morte in Israele, andando contro il livello minimo di civiltà giuridica faticosamente conquistato a livello internazionale con l’abolizione in molti Stati liberaldemocratici di questa pena crudele. Inoltre, questa decisione ha tutte le caratteristiche della vendetta etnica: colpisce i presunti terroristi di una sola parte della popolazione multietnica dello Stato. Vari giuristi hanno evidenziato queste contraddizioni e si spera che la Corte costituzionale israeliana possa fermare questa ulteriore deriva autocratica della maggioranza che sostiene il governo Netanyahu. Ma sotteso a questa decisione emerge uno stillamento della tradizione teologica ebraica, verso una interpretazione che smentisce il suo intrinseco pluralismo e mostra come la torsione messianico-politica, quale ideologia del governo di destra, stia contraddicendo i fondamenti stessi dell’ebraismo. Parliamo delle sette leggi noachidi, o di Noè, che la letteratura rabbinica individua come il codice universale dell’umanità, rinata dopo la catastrofe del Diluvio universale. Se la Legge di Mosè è il fondamento dell’alleanza tra Dio e il popolo giudaico, le leggi noachidi sono il fondamento della convivenza degli uomini indipendentemente dalla nazione di appartenenza. Leggi che nella loro universalità mostrano il non esclusivismo della eredità culturale ebraica: ha a cuore l’umano in quanto tale.
Sette sono queste leggi: 1. Non adorare gli idoli; 2. Non bestemmiare; 3. Non commettere omicidio; 4. Non commettere impurità sessuali; 5. Non rubare; 6 Non mangiare carne strappata da animale vivo; 7 Istituire tribunali di giustizia. Sono leggi del convivere civile, in un con-testo di pluralismo di valori, e sono, lo sottolineava Paolo De Benedetti, il “possesso per sempre” della civilizzazione ebraica (cfr. “Introduzione al giudaismo”, Morcelliana). Di qui la domanda: il “messianismo senza freni” del governo Netanyahu, che si alimenta di una nuova idolatria, quella del Grande Israele, non contraddice le leggi noachidi? Un messianismo politico che vive la guerra come missione salvifica e porta a distruggere, in quella che ritiene la propria terra, ogni insediamento che non sia di etnia ebraica. Contraddicendo in tal modo tre di queste leggi: idolatra la terra, legittima di fatto il crimine di guerra e quindi l’omicidio, viola la norma del tribunale giusto introducendo la pena di morte etnica. V’è come la perpetuazione dell’errata risposta al 7 ottobre 2023, quando terroristi islamici di Hamas hanno trucidato in un pogrom ebrei innocenti. La reazione legittima dello Stato di Israele, accecata dalla hybris del fondamentalismo messianico, non solo ha portato alla devastazione di Gaza, ma ora tiene in ostaggio tutto il Medio Oriente in una continua apertura di fronti di guerra, rendendo permanentemente insicura anche la vita degli israeliani. Una leggenda della tradizione chassidica narra che quando Israele, o un’altra nazione, viola le sue leggi Noè riprende a piangere, come a ricordare la minaccia del diluvio che può colpire gli uomini efferati. Noè ora piange, e non si vede chi riuscirà a consolarlo nella terra che pure lo vede come un padre; anche perché il cadere della pioggia ha assunto il rumore stridulo delle bombe che colpiscono innocenti. Aveva forse ragione De Benedetti ricordando che la ricchezza dell’ebraismo non si esaurisce nella corrente messianica, ma sta in una pluralità di voci che andrebbero riascoltate in questa triste ora nella quale è in gioco la memoria stessa del giudaismo.
@Foto ANSA/SIR