Quale lavoro?
Regno Unito: 60%; Francia: 55,8%; Spagna: 52,5%; Germania: 40,9%; Italia: 31.1%; Brescia: 21,7%. Come tutte le statistiche, anche quella sulla quota della popolazione tra 25 e 34 anni in possesso di titoli di studio di terzo livello (laurea o analogo), va analizzata oltre il dato numerico. Certo è che la distanza tra l’Italia e i principali Paesi europei è siderale e purtroppo tende a crescere anziché a diminuire. Ciò è preoccupante perché le analisi di lungo termine confermano come la quantità, qualità e varietà dell’istruzione superiore influenzino positivamente lo sviluppo socioeconomico di una collettività. Il canale principale è quello della crescita della produttività, sia del lavoro, sia degli altri fattori produttivi e dell’efficienza organizzativa. Se cerchiamo una spiegazione strutturale per la bassa crescita di prodotto e retribuzioni nel nostro Paese degli ultimi 25 anni, la troviamo nello scarso livello di istruzione superiore e universitaria. Nonostante questo gap, l’economia italiana continua a crescere, sebbene stentatamente, e a generare milioni di posti di lavoro, per quanto con una dinamica retributiva piuttosto anemica. Rispetto ad altri Paesi industrializzati, il sistema economico italiano domanda relativamente pochi laureati in discipline tecnico-scientifiche, proprio perché la sua specializzazione privilegia filiere e produzioni a basso valore aggiunto e poco innovative.
Brescia, con il suo misero 21,7% di laureati, è una prova lampante di questo corto circuito. I divari del suo territorio in ambito formativo (bassa quota di laureati, in particolare STEM) e di ricerca e sviluppo (inadeguata propensione alla brevettazione e all’innovazione) significano che il sistema produttivo locale è prospero, ma domanda una quota sproporzionata di persone con competenze standard, non troppo qualificate. Di conseguenza, gli iscritti ad attività di istruzione terziaria e formazione avanzata sono pochi rispetto ad altre economie. Questo circuito genera bassa disoccupazione, utili generosi e retribuzioni accettabili solo se l’economia nel suo complesso si concentra su produzioni a basso valore aggiunto e ad elevato contenuto diretto di lavoro. Viviamo però una fase di forte trasformazione, orientata verso automazione spinta e terziarizzazione dei processi. La sostituzione delle persone con macchine e algoritmi sta già spostando la domanda di lavoro, rendendo più richieste e meglio retribuite le mansioni a elevato valore aggiunto e a rischio di precarizzazione quelle automatizzabili. I riflessi di queste traiettorie sul benessere e sulla coesione sociale del territorio saranno molto forti.
(Foto ANSA/SIR)