Ricucire l'umano
Il recente episodio avvenuto in una scuola della Bergamasca ha spezzato il ritmo ordinario delle nostre giornate e ci ha posti davanti a una domanda che torna, insistente: come può arrivare un ragazzo così giovane a un gesto tanto grave? Le cronache hanno già descritto con dovizia l’accaduto e gli elementi più inquietanti — dall’abbigliamento che richiamava un’idea di “vendetta” fino al fatto che l’azione sia stata ripresa in diretta con il cellulare appeso al collo — ma non è su questi dettagli che vale la pena soffermarsi oggi. Ciò che interroga davvero la comunità cristiana ed educativa non è che cosa sia accaduto, ma che cosa riveli su di noi, sul nostro modo di crescere i ragazzi, sulle nostre responsabilità condivise. La prima tentazione è sempre la stessa: invocare punizioni più severe, misure più dure, risposte immediate. Eppure la legge ci ricorda che un tredicenne non è imputabile, ma va inserito in percorsi di tutela e accompagnamento, non di detenzione. E la vita ci ricorda che la repressione, da sola, non genera cambiamento: al massimo isola.
Se guardiamo oltre la superficie, vediamo un adolescente che ha agito dentro una solitudine che non è solo sua: è la solitudine di un mondo adulto spesso frammentato, in affanno, che fatica a stare accanto e ad accompagnare, soprattutto quando l’età evolutiva espone i ragazzi a impulsività, vulnerabilità emotiva e a un’immaginazione che può diventare pericolosamente sganciata dalla realtà. In questa fase così delicata della vita, parlare di responsabilità significa innanzitutto riconoscere un bisogno di presenza e di guida che nessuno schermo, nessuna norma irrigidita, nessuna condanna pubblica può sostituire. Per questo, come educatori, come adulti, come comunità cristiana, siamo chiamati a un compito più esigente: ricucire l’umano. Riannodare legami, trasformare gli errori in possibilità, riportare al centro la relazione. È un lavoro faticoso, lento, costoso in termini di tempo e di energie. Ma è anche il solo capace di dare futuro. In questa direzione si muovono da qualche anno anche alcune esperienze del nostro territorio. Penso, ad esempio, ai percorsi di “giustizia generativa” che, come Fondazione Comunità e Scuola, abbiamo contribuito a sperimentare nelle scuole superiori bresciane: non un’alternativa “buonista” alle sanzioni, ma un modo diverso di viverle. Si tratta di percorsi che sostituiscono la sospensione con un cammino formativo, costruito insieme ai docenti, allo studente e alla comunità scolastica, con l’obiettivo di far sì che l’errore diventi occasione di responsabilità, consapevolezza e restituzione, non di esclusione. Non lavori punitivi, ma un accompagnamento vero, capace di rimettere in movimento il senso dell’appartenenza e della crescita reciproca. Non è un modello perfetto né una ricetta da applicare sempre; è piuttosto un orientamento, una postura educativa che riconosce che la giustizia, per essere davvero tale, deve generare vita. Ed è un modo concreto per rispondere a quel bisogno profondo che l’episodio di Bergamo ci ha gridato: il bisogno di adulti che non si ritirino, che non si arrendano alla paura, che non delegano solo alla scuola o alle norme il compito di educare. Come credenti, siamo chiamati a credere che nessuna storia è mai chiusa. Che anche quando il male irrompe in modo violento, il nostro compito non è innalzare muri, ma aprire cammini.
Cammini esigenti, sì, ma carichi di quella speranza che nasce dall’accompagnamento e dalla responsabilità condivisa.
Perché la giustizia che punisce può fermare un gesto. La giustizia che accompagna può cambiare una vita.