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Cracovia
di MASSIMO NARO 04 ago 10:24

Il valore del silenzio

L'editoriale del n° 31 di "Voce" dedicato alla visita di papa Francesco al campo di concentramento di Auschwitz

Il discorso più forte ed esigente di papa Francesco, tra quelli da lui fatti durante la sua partecipazione alla “settimana della gioventù” in Polonia, rimane quello tenuto, più corretto sarebbe dire “mantenuto”, venerdì scorso ad Auschwitz e a Birkenau: il silenzio. Nella sua scelta di tacere c’è l’eco di quella “voce di silenzio sottile” che già il profeta Elia aveva avuto la grazia di ascoltare nel suo incontro con Dio. Un silenzio assoluto, che tuttavia è più eloquente di mille discorsi. Un silenzio che è come quello di Dio, anzi che è condiviso con Dio e che, più radicalmente, coincide con Dio. Non per niente le litanie che inneggiano al suo Nome si devono recitare sottovoce, o nell’intimo del cuore, lì dove il sospiro divino, lo Spirito per chiamarlo come San Paolo lo chiama nella lettera ai Romani o in quella ai Galati è l’unica voce autorizzata a mettere sulle labbra degli esseri umani l’invocazione rivolta al “Padre”. Solo Dio può gridare il Nome di Dio, e lo fa nel profondo del cuore umano. Quando si urla a squarciagola quel Nome tra il crepitio dei mitra e il rimbombare degli ordigni si rischia di tradurre le giaculatorie in bestemmie e la preghiera indirizzata a Dio può degenerare in minaccia contro il mondo intero. Anche il silenzio di Francesco, dunque, è stato preghiera, annotata con discrezione all’uscita dalla cella del martirio di Massimiliano Kolbe: “Signore, abbi pietà del tuo popolo. Signore, perdono per tanta crudeltà”.

Parole che riconoscono al popolo ebraico l’identità biblica del popolo che appartiene a Dio. Parole che si fanno carico di una tremenda responsabilità, chiedendo perdono per (in favore di, ma anche a rappresentanza di) chi ha perpetrato l’olocausto. Parole che, perciò, pur silenziose, sintetizzano interminabili dibattiti e tanti libri quanti ne possono entrare in una libreria ben fornita.

Ma anche parole che, a sera, durante la Via Crucis coi giovani, risuonano finalmente in un interrogativo pesante, che interpella – assieme a Dio stesso – la coscienza del genere umano che oggi vive l’orrore causato in tutto il mondo dal terrorismo fondamentalista e da mille altre guerre d’ogni genere: “Dov’è Dio?”. Anche questo sussurro umano, che sulle labbra del vicario di Cristo non può non riecheggiare l’interrogativo del Golgota (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) equivale a un intero trattato di teologia, argomentata ormai – come ha insegnato Hans Jonas – a partire dallo scandalo e capace di confutare ogni classica teodicea: dopo Auschwitz, solo rinunciando ai concetti metafisici dell’onnipotenza, dell’impassibilità, dell’immutabilità di Dio e, di contro, ammettendo la sua debolezza, la sua sofferenza, persino la sua “sconfitta” per dirla con Sergio Quinzio, si può capire Dio, il suo silenzio, la sua apparente latitanza nel dramma della shoah, come, del resto, in ogni altro dramma che gli esseri umani sperimentano in questa nostra modernità, dal terremoto di Lisbona (1755), che innescò le critiche di Voltaire a Leibniz, allo tsunami migratorio che lascia sulle spiagge mediterranee il corpo esanime del piccolo Aylan e di tanti altri bambini o di tanti altri piccoli della terra. Francesco, col suo silenzio e con le sue domande scomode, mostra di accorgersi della crisi dei nostri modi consueti di parlare di Dio, che diventano sempre più poveri di capacità comunicativa, sempre più vuoti di significato per gli uomini del nostro tempo.

MASSIMO NARO 04 ago 10:24