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Città del Vaticano
di RADIO VATICANA 17 nov 08:07

Papa Francesco mai abbandonare il malato

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Nel messaggio inviato ai partecipanti del Meeting Regionale Europeo della World Medical Association il Papa ha anche ricordato come sia moralmente lecito rinunciare all'applicazione di mezzi terapeutico quando il loro impiego non risponda al criterio della proporzionalità delle cure

È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure. È questo uno dei passaggi centrali, per altro mutuato dalla Dichiarazione sull’eutanasia del 5 maggio 1980, del messaggio che papa Francesco ha indirizzato ieri a mons. Paglia e ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association che ha preso il via ieri in Vaticano.

Con la consapevolezza dei successi raggiunti dalla medicina in campo terapeutico e di quanto “gli interventi sul corpo umano diventino sempre più efficaci, ma non sempre risolutivi”, papa Francesco ha puntualizzato la necessità di “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

La rinuncia a ogni forma di accanimento terapeutico che non risponde al criterio della proporzionalità della cura, ha continuato ancora il Papa rappresenta “una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare”, “senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”. Un’azione, dunque, “che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte”. Per un attento discernimento, ha spiegato papa Francesco, tre sono gli aspetti da considerare: “L’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano.

“In questo percorso – ha continuato - la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità”. È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.”

Il Papa non ha nascosto la difficoltà della valutazione, soprattutto se si considerano le molteplici mediazioni” a cui è chiamato il medico: “richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.”

Altra Sua preoccupazione, espressa nel messaggio, la disuguaglianza terapeutica “presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura”.

Da qui, la necessità di tenere “in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile” con “l’imperativo categorico” “di non abbandonare mai il malato” perché, ha spiegato ancora papa Francesco, la relazione “è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali".

In questa cornice d’amore, con la consapevolezza che non si può sempre garantire la guarigione e non ci si deve accanire inutilmente contro la morte ,“si muove la medicina palliativa” che “riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”.

Papa Francesco anche in questo messaggio ha rivolto la sua attenzione ai più deboli “che non possono far valere da soli i propri interessi” e, senza dimenticare “la diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza”, ha sottolineato che “lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”. Ecco perché, è stata la sua conclusione, “anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede” uno “sguardo complessivo” perché si promuova “il bene comune nelle situazioni concrete” e “in vista del bene di tutti”.

RADIO VATICANA 17 nov 08:07