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Sacca di Esine
di PIERANTONIO TREMOLADA 19 nov 19:06

Don Redento ha seminato tanto bene

L'omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio ai funerali di don Redento Tignonsini

Diamo oggi il nostro ultimo saluto ad un uomo che ha lasciato un segno profondo in questa valle, nella nostra chiesa bresciana, in terra di missione ma soprattutto in tanti cuori. Un uomo di Dio, di profonda fede e di grande carità. Un sacerdote forse un po’ fuori dagli schemi, ma che è stato per molti un punto di riferimento, una guida, “un faro” – come tanti hanno detto di lui pensando al bene ricevuto.

All’apparenza burbero, in realtà semplicemente autentico, schietto nella sua indole montanara, ruvido nella scorza ma tenerissimo nella sostanza, amorevole e insieme inflessibile, capace di una singolare empatia, di cui erano espressione i suoi occhi chiari e buoni. Una persona che non faceva sconti al Vangelo, soprattutto sul versante del servizio ai più poveri.

Ho avuto modo di ascoltare una recente intervista che don Redento ha rilasciato, in modo del tutto informale, nella quale ha voluto raccontarsi. Mi ha colpito la grande riconoscenza nei confronti dei suoi genitori: “Il mio DNA – diceva – viene da loro. La nostra casa era sempre aperta e tutti quelli che avevano bisogno di un pasto o di un letto lo trovavano. Quando qualche viandante un po’ perso arrivava nel nostro cortile, mio papà veniva in casa e diceva nel suo immancabile dialetto: “C’è qui il Signore!”. Sono esattamente le parole che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Nell’ultimo giorno, il giorno del nostro giudizio, quando ci troveremo davanti al grande re che è in realtà il Cristo crocifisso e risorto, ci sentiremo dire: “Qualunque cosa avete fatto a uno solo di questi miei fratelli, l’avete fatta a me”.

“Essere cristiani, cioè gente di fede, e fare del bene al prossimo: erano i due cardini della nostra vita quotidiana” – questo diceva ancora don Redendo ricordando la sua famiglia. Un programma semplice ed essenziale, che ritroviamo nella sua testimonianza sacerdotale, totalmente segnata dal desiderio di vivere il Vangelo in modo semplicemente radicale. Così ha guardato anche al suo ministero sacerdotale. Più volte ha ripetuto: “Non mi interessa tanto fare il prete, mi interessa essere prete”. In tutti i luoghi in cui la Provvidenza lo ha guidato ha voluto rendere onore a questo sincero desiderio. Dopo le prime esperienze pastorali a Gratacasolo e a Breno, gli anni dell’esperienza missionaria lo hanno visto condividere la situazione di estrema povertà delle popolazioni del nord del Kenya, in un zona soffocata dal deserto dove mancava l’acqua e la vita era costantemente in pericolo. A lui si devono i dodici pozzi che ancora oggi dissetano le tribù di quel territorio e insieme ad essi la vita cristiana che là è sbocciata. “Ho avuto sete e mi avere dato da bere!” – direbbe il Signore, nel duplice senso del dono dell’acqua e del Vangelo.

Al suo ritorno nella nostra Chiesa diocesana e in questa Valle Camonica da lui tanto amata, don Redento ebbe subito chiaro in quale direzione doveva orientarsi il suo grande desiderio di essere prete secondo il cuore di Cristo. La tragedia della tossicodipendenza stava falcidiando l’intero territorio bresciano. Occorreva farsi carico di tante giovani vite, che sarebbero andate perdute senza un aiuto saggio e coraggioso. Qui ritenne che doveva giocarsi tutta l’energia del suo grande cuore, accogliendo una sfida nuova, estremamente impegnativa e insieme assolutamente necessaria. Nacque così la Cooperativa di Bessimo, alla quale egli si dedicò con straordinaria passione e con intelligente generosità. Negli anni della sua attività, che è ancora in corso, migliaia di ragazzi sono stati aiutati ad affrontare la tremenda battaglia del riscatto: uscire dal tunnel della droga e ritrovare la gioia di una vita libera e serena. Tutta la comunità della Valle Camonica, ma anche l’intera provincia di Brescia, ha da subito percepito la portata del grande bene che quest’opera stava realizzando e non ha mancato di esprimere a don Redento la sua riconoscenza: per due volte fu infatti insignito del Premio Bulloni.

Infine, il servizio come parroco alla Sacca. Una comunità che ha le dimensioni di una grande famiglia e che è diventata il luogo di una testimonianza singolare di comunione e di servizio ai più poveri. Il sagrato dove “chi ha metta e chi non ha prenda” è ormai diventato famoso. L’attenzione alle persone della comunità ma anche di varie provenienze è stato lo stile quotidiano di un parroco la cui originalità non passava inosservata, ma che sempre mirava a far percepire ad ogni persona l’amore di Cristo. “Ciao uomo!” era il suo saluto, che più di tanti discorsi faceva capire che cosa gli stesse veramente a cuore: la dignità e la gioia di ciascuno.

Affidiamo don Redento all’abbraccio del suo Signore, quel Signore che tanto ha amato e che ha servito con straordinaria passione e generosità. Lo immaginiamo tra quelli ai quali sono rivolte le parole che di nuovo abbiamo ascoltato nel Vangelo che è stato proclamato. “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete il regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo”: regno di pace e di giustizia, regno di amore e di bontà, regno di eterna felicità. Quello che don Redento ha seminato nella sua intensa vita ora lo ritrova moltiplicato, perché colui al quale ha consegnato la sua vita è fedele alle sue promesse e infinitamente grande nell’amore.

Lo accolga nella gloria luminosa della sua casa e dia a lui il riposo eterno dei giusti.

PIERANTONIO TREMOLADA 19 nov 19:06