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Polaveno
di ELISA PELLEGRINELLI 29 dic 08:53

Don Galelli: Non perdiamo la speranza

A Polaveno quattro comunità attendono il nuovo parroco, don Ennio Galelli

Don Ennio Galelli è stato nominato nuovo parroco di San Zenone in Brione, di Santa Maria della Neve in Gombio, di San Nicola Vescovo in Polaveno e di San Giovanni Battista in San Giovanni di Polaveno. Nato nel 1963 a Gottolengo, don Ennio inizierà il suo nuovo servizio sacerdotale nel mese di marzo e ha raccontato ai microfoni di Voce i suoi progetti per il futuro e le esperienze del passato che lo hanno aiutato nel suo cammino.

Com’è nata la sua vocazione?

Sono entrato in seminario all’età di ventun anni, dopo aver frequentato la magistrale e aver svolto un anno da militare. Una volta tornato nel mio paese d’origine, Gottolengo, mi sono avvicinato sempre di più ai sacerdoti e alla comunità. Ho iniziato a vivere l’esperienza dell’oratorio, ad interagire con le diverse associazioni e a sentire crescere in me la fede. La vocazione è nata quindi in questo modo: costantemente, con semplicità e con una forza sempre più grande. Per questo motivo sono entrato in seminario e, quando avevo 28 anni, nel 1991, sono diventato curato della Parrocchia del Sacro Cuore di Palazzolo sull’Oglio.

Visti i suoi numerosi anni da curato, l’oratorio come incontra oggi i giovani?

Si tratta di un rapporto complicato. Proprio in questi giorni ne discutevo con gli altri parroci della zona: abbiamo constatato come sia arduo far avvicinare adolescenti e giovani alla fede e alla vita dell’oratorio. Abbiamo ovviamente molti ragazzi che contribuiscono, svolgendo attività di volontariato e il catechismo. Questo però non basta: oltre a concentrarci sulla componente giovanile, dobbiamo anche guardare agli adulti. Una volta che i ragazzi si allontanano dall’ambiente della parrocchia, le famiglie spesso non sono di grande supporto e questo comporta un allontanamento ulteriore. Ci sono, inoltre, da considerare le giovani coppie sposate, figure importanti per tutta la comunità.

Quali sono le maggiori difficoltà che ha riscontrato nel corso del 2020?

Purtroppo la pandemia ha segnato molto la nostra comunità. Oltre alla morte di molti anziani, sono mancati anche dei giovani. Tra tutti ricordo e porto nel cuore un membro degli Alpini, che ci ha lasciato all’età di 45 anni a causa del Covid-19. Sono sicuro che riusciremo a rialzarci e a vivere nuovamente con la serenità di un tempo, ma credo che sia importante ricordare che il Signore è sempre con noi. Anche in questi attimi di disperazione, Lui c’è. Ed è per questo che non dobbiamo perdere la speranza.

Può fare una fotografia della realtà delle sue due comunità camune?

Mi trasferirò a Polaveno a marzo ed ora sono parroco di Erbanno e Angone. La Val Camonica è una terra che ha la fortuna d’essere ricca di associazioni di volontariato. Grazie alla collaborazione degli oratori, si è creata una rete che ha dato alle parrocchie la possibilità di aiutare sempre il prossimo. Ho visto tutto ciò con i miei occhi anche in questo ultimo anno. L’amore verso chi ci sta accanto, l’aiuto nei confronti delle persone più deboli, il continuo prodigarsi per fare in modo che nessuno sia abbandonato alla solitudine: atti di carità che donano ricchezza a chi li compie e a chi li riceve.

Quali sono i progetti cui si dedicherà durante il suo prossimo mandato?

Per il momento non ci ho ancora riflettuto molto. Ho conosciuto i curati che saranno al mio fianco da marzo in poi nel corso della scorsa settimana. Mi hanno aiutato a comprendere la realtà dell’unità pastorale e di come sarà complicato gestire una mole così grande di parrocchie e oratori. Mi dedicherò a tutta la comunità, dai bambini agli anziani, cercando sempre di attirare il maggior numero possibile di fedeli e di far riavvicinare a Dio coloro che magari hanno perso il loro credo. La sfida però non mi preoccupa perché so che il Signore mi aiuterà, mettendo sul mio cammino figure che avranno la capacità di guidarmi nella mia missione: diffondere la parola di Dio.

C’è un versetto del Vangelo a cui è particolarmente legato?

Ho sempre amato un passaggio del Vangelo di Marco: “In quel tempo, Gesù diceva alla folla: Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura” (Mc 4, 26-32). Si tratta di una parabola molto famosa, in cui Gesù racconta al popolo la forza della natura, della nascita, della morte e della rinascita in Cristo. Porto sempre con me questo pensiero, perché credo fermamente che il mondo possa rinascere anche dopo la peggiore delle disgrazie.

ELISA PELLEGRINELLI 29 dic 08:53