Pietro Mariani, precursore del calcio moderno
Pietro Mariani, detto Pedro, è stato un ottimo giocatore del Brescia Calcio e se vogliamo essere precisi anche un precursore di quel calcio moderno che cominciava ad affacciarsi sui nostri campi. Per un giocatore ricoprire più ruoli in campo era considerata un’ottima risorsa per lui stesso e soprattutto per la squadra. La sua duttilità, si dirà, gli ha allungato la carriera. Nasce, infatti, come attaccante, per poi, sulla via di Brescia, trasformarsi in difensore centrale ma anche laterale: “Varrella, per intenderci, vedeva in me un giocatore alla Cafu”.
Mariani nasce a Rieti nella leva calcistica del 1962 e dopo la trafila nelle giovanili del Torino, al tempo uno dei settori più quotati d’Europa, fa l’esordio a soli 17 anni in prima squadra come tutti i predestinati. Oltre a Brescia, gioca a Catanzaro, a Bologna, a Venezia e, prima di chiudere con il Rieti in serie D, si regala la soddisfazione di portare il Benevento in C1, segnando lui stesso il gol vittoria.
Mariani, fu la tappa a Brescia a dare una nuova linfa alla sua carriera?
Sono arrivato a Brescia a 27 anni, dopo 10 in serie A. È stato un crocevia fondamentale, considerando che, dopo le 100 presenze in tre anni, una media altissima, sono passato al Bologna in serie A. Brescia mi ha dato la possibilità di rilanciarmi nuovamente sui grandi palcoscenici.
Perchè Varrella, mister del Brescia, le propose il nuovo ruolo?
Varrella in quegli anni era un precursore del calcio moderno e con Sogliano, il direttore sportivo, mi propose il nuovo ruolo. Io nascevo come centravanti o laterale di attacco, lui si inventò questa metamorfosi: voleva i laterali che spingessero e difendessero allo stesso tempo nelle varie fasi della partita. Un po’ come Cafu e come Maicon. Inizialmente non la presi bene: per un attaccante, nato per fare gol, non era semplice cambiare il raggio d’azione. Andammo in ritiro e provai con la promessa che se non mi fossi trovato bene sarei tornato al vecchio ruolo.
Che ricordi ha lasciato nella nostra città?
Ho un ricordo meraviglioso di quei tempi. Si parlò anche di Juventus, poi ci andò solo Corini. Conservo ancora tante amicizie e mi sono promesso quest’anno di tornarci per vedere alcune partite. Sia sul piano umano che su quello sportivo sono veramente grato alla città di Brescia, alla sua gente e ai suoi tifosi.
Lei ha fatto le giovanili nel Torino ma è di Rieti, chi la scoprì?
Guido Di Cosimo. Era un osservatore che si occupava del centro Italia. Venne a vedere una partita e mi propose di andare al Torino. Tuttavia quella partita era venuto a vedere un altro, non proprio me. Nel tempo purtroppo l’ho perso di vista, ma ancora oggi gli sono grato.
Come sono stati i primi anni a Torino nelle giovanili? È stata dura conciliare la lontananza da casa con scuola e calcio?
Erano gli anni Settanta e i primi periodi sono stati duri. Oggi per una ragazzo andare via di casa può sembrare più banale visto che la tecnologia ci fa sentire un po’ tutti più vicini. Venivo da una famiglia molto povera: mio papà faceva il netturbino; per telefonare a casa usavo i gettoni che equivalevano a duecento lire e questo voleva dire chiamare molto poco. Insomma non la presi molto bene. Ci vollero mesi per adattarmi, considerando il fatto che a Rieti dove giocavo ero forse il più bravo, ma arrivato al Toro mi resi conto che rispetto agli altri ero un nulla. Mi incoraggiarono dicendomi che le basi c’erano e lavorando ogni giorno avrei colmato il gap. Torino, rispetto a Rieti, sembrava l’America come distanza. Tuttavia ho frequentato le scuole serali e avevo un tutore che mi seguiva per i trasferimenti tra scuola, campo e convitto. Il settore giovanile del Torino era uno dei migliori in Europa: lanciava ogni anno in prima squadra uno o due ragazzi.
Ora, rispetto ai suoi tempi, sembra tutto cambiato: questo calcio le piace ancora?
Sono un ex calciatore e faccio ancora questo mestiere come allenatore a tutti gli effetti, ma onestamente questo calcio non mi piace. Si è persa un po' di poesia e di senso di appartenenza. Otto partite su dieci sono molto noiose sebbene i campioni ci siano. Non voglio sembrare un bacchettone, che non accetta il futuro, però i fondi e le multinazionali hanno contributo a questa situazione.
Se dovesse dare alcuni consigli alle nuove leve del calcio odierno, cosa direbbe?
Non mi sento di dare consigli. È molto complicato farsi ascoltare: i ragazzi di oggi fanno molto fatica ad accettare i consigli e a sopportare le critiche. Sono diversi rispetto a quello che eravamo noi. Se proprio mi costringessero a farlo, direi: "Il lavoro paga, lasciate perdere i social e utilizzate più il pallone, non per forza in un campo da calcio". Più lo si usa, più si impara a gestirlo, la giornata è fatta di poche ore, se la si spreca anche sui social è dura. Il binomio 50% scuola e 50% calcio penso sia un’ottima soluzione per avere qualche probabilità in più.
Cosa fa Pedro Mariani ora ?
Mi occupo di metodologia dell’allenamento: organizzo e partecipo a molti stage calcistici dove appunto insegno la metodologia degli allenamenti. Molte società mi chiamano per visionare come lavorano e dove in caso potrebbero migliorare. Fermo restando che, qualora dovesse esserci un progetto serio, in un club, potrei anche prenderlo in considerazione. Per ora faccio questo, sempre con piacere e con passione.