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di ELISA GARATTI 02 apr 2026 11:54

Rivoluzione non rimandabile

Non c’è due senza tre. La Nazionale italiana, per la terza volta consecutiva, ha mancato la qualificazione ai Mondiali che si svolgeranno dal prossimo 11 giugno fino al 19 luglio tra Stati Uniti, Canada e Messico. L’incubo è nuovamente realtà: a 12 anni dall’eliminazione ai gironi in Brasile, gli Azzurri dovranno accontentarsi di guardare la competizione internazionale più importante del mondo dalla tv. Quella rimediata in Bosnia è una figuraccia planetaria (anche solo considerando che, mai come in questa edizione, parteciperanno così tante squadre: non più 32, ma 48) che dovrebbe obbligare la Federazione Italiana Gioco Calcio a fermarsi, riflettere (questa volta per davvero, non come si fece nel 2011 rispedendo al mittente il dossier da 900 pagine firmato da Baggio: approvato sulla carta, non fu mai preso in considerazione, tanto da portare il Divin Codino a dimettersi, ndr) e a rivoluzionare il sistema.

Colpevoli. Dopo la sconfitta con la Bosnia ai rigori e il conseguente terzo flop consecutivo alle qualificazioni mondiali (dopo quelli del 2018 contro la Svezia e del 2022 contro la Macedonia del Nord), sono tanti i nomi sul banco degli imputati e altrettanti i temi da affrontare. Il primo a essere (giustamente) preso di mira è il presidente Gabriele Gravina che, però, al netto di due Mondiali mancati e di un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, non ha pensato di tirarsi indietro nemmeno di fronte alla disfatta di Zenica, rimandando le eventuali decisioni al Consiglio federale (che è stato convocato, con tanta calma, la prossima settimana). Ancora una volta, il messaggio è chiaro: contano la politica, i bilanci e i contratti stellari. Ai 12 milioni di tifosi attaccati alla tv durante il disastro bosniaco (forse ancora innamorati e quanto mai nostalgici di quel calcio di cuore e passione che non esiste più) non è stato dedicato alcun pensiero. A ruota, poi, i nomi messi in discussione sono quelli di mister Gattuso (dimostratosi inadeguato, come tuttavia era già più che chiaro dal curriculum) e del suo staff. Da Bonucci a Buffon, la Federazione aveva forse pensato fosse un’ottima soluzione tamponare le crepe del sistema con i protagonisti degli antichi fasti. Esattamente com’era successo dopo la (miracolosa e inaspettata) vittoria agli Europei 2021: una flebile luce nel buio di cui i piani alti si sono serviti per accecare, come il sole di mezzogiorno, addetti ai lavori e semplici appassionati, nascondendo le falle di un sistema marcio e in totale emergenza.

Temi. Oltre alle teste che saltano (o meglio, che dovrebbero saltare), sul tavolo ci sono anche tanti temi da affrontare. Di alcuni, come quello di una miglior gestione dei settori giovanili o di un lavoro sul campo che dovrebbe sviluppare maggiormente la tecnica più che la fisicità, se ne sta parlando da decenni. A questi si sommano, per esempio, la questione della preparazione degli allenatori (che, come annotava Baggio in quel famoso dossier, dovrebbero essere dei maestri del calcio a tutto tondo, con una formazione psicologica e pedagogica pari a quella tecnica), quella della suddivisione degli introiti (con i ricavi dei diritti televisivi in cima alla lista delle priorità), o ancora la questione degli stadi o quella del sovraffollamento delle gare, prediligendo la quantità alla qualità. Nulla di tutto ciò è mai stato affrontato. E i risultati parlano forte e chiaro.

Altri sport. A rendere questa disfatta ancora più buffa (ironicamente, si intende) è la constatazione che la caduta degli Azzurri è direttamente proporzionale all’impennata di successi negli altri sport. Nelle ultime settimane, l’Italia sta festeggiando, per la prima volta dal 1952, due piloti italiani contemporaneamente al comando nei motori (Marco Bezzecchi in MotoGp e Kimi Antonelli in Formula 1), i successi di Jannik Sinner agli Indian Wells e ai Miami Open (che ha riaperto la corsa per riportare l’altoatesino al primo posto nel ranking mondiale); la Nazionale di rugby ha dimostrato una crescita incredibile portando a casa la prima vittoria della storia con l’Inghilterra. Non si possono ovviamente dimenticare le recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 che, dalla Brignone ad Arianna Fontana, hanno fatto segnare il record di medaglie conquistate nella storia italiana. Allargando la forbice ai 12 anni in cui l’Italia del calcio ha deluso, il bilancio è ancora più crudo: a Tokyo 2020, per esempio, l’Italia ha dimostrato di essere una superpotenza, conquistando 40 medaglie tra cui gli ori di Jacobs nei 100 metri, della staffetta 4x100 maschile e di Tamberi nel salto in alto; successi straordinari che sono stati ripetuti anche a Parigi 2024, dove le Azzurre di Velasco hanno conquistato uno storico oro olimpico, confermato poi nei Mondiali dell’anno successivo (dove l’Italia ha fatto il bis con il trionfo maschile). In Francia, gli Azzurri hanno dimostrato di dominare anche in acqua, con i successi, tra gli altri, di Ceccon e Martinenghi. Esempi di un’Italia che, fuori dai riflettori e disponendo di meno fondi e risorse, rende grande uno Stato perennemente trafitto dalle coltellate calcistiche.

Rivoluzione. Non c’è due senza tre, si diceva all’inizio. Per far sì che “il quattro non venga da sè” (considerando che l’Italia ha salutato i Mondiali nel 2014 e la prossima occasione in cui parteciparvi sarà nel 2030), la rivoluzione del sistema calcio non è più rimandabile. Perchè, allora, non prendere spunto da tutti gli altri sport “dilettantistici” (come li ha definiti il presidente Gravina che, dopo la sconfitta con la Bosnia, non ha perso occasione di aggiungere alla lista delle figuracce anche questa definizione totalmente insensata e piena di arroganza) che, con umiltà e lavoro, stanno facendo brillare l’Italia?

ELISA GARATTI 02 apr 2026 11:54