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di MAURO TONINELLI 09 mag 09:18

Con gli occhi dell’innamorato

Tra i suoi lavori “L’albero degli zoccoli” (1978, premiato con la Palma d’oro a Cannes), “La leggenda del santo bevitore” (Leone d’oro a Venezia nel 1988) o “Centochiodi” nel 2007, per poi passare ai documentari come ad inizio carriera. Riproponiamo una nostra intervista realizzata nel 2011

Ermanno Olmi regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, montato­re, produttore cinemato­grafico e scenografo italiano, da tutti conosciuto come il maestro.

Ha ricevuto al Vittoriale un pre­mio che celebra la forza della bellezza e il genio dell’estetica e dell’arte. Ci si ritrova?

Non è frivolezza o falsa umiltà, ma mi pare parlino di altri. Non si ha mai la consapevolezza di ciò che si fa. Cito Borges; quando parla della creatività dice: sempre il poeta non è mai con­sapevole di ciò che ha scritto; se fosse consapevole perderebbe quello stato di innocenza al punto da divenire uno sprovveduto. Come quando si è inna­morati. Se non si perde la testa non si può sfiorare la poesia, altrimenti è ra­zionalità; riguarda l’intelligenza e non l’intuizione di ciò che c’è nel mistero che ci circonda. Prendiamo un albero: l’uomo lo pota e gli dà una forma, ma l’albero è un mistero straordinario, quel mistero che affascina e attrae, come gli occhi di una fanciulla quan­do ti accorgi che le pulsazioni cam­biano ritmo. Non sai perché, però è quel volto, è quello sguardo.

Partendo da “Centochiodi”: c’è una sorta di condanna sull’esse­re sagomati sul costo delle cose e non sul valore.

Sì, ma attenzione. Ho avuto anche una polemica con Diliberto. Diceva che Olmi, come il nazismo, condan­na i libri. Non ha capito niente. Nelle immagini ci sono dei chiodi conficcati nel libro aperto e non chiuso. Non vo­glio eliminare il libro e non farlo apri­re, ma ho inchiodato le parole perché noi leggiamo un libro, condividiamo il contenuto, ne prendiamo possesso e a volte li ripetiamo con le nostre pa­role. Il problema è che non mettiamo in pratica ciò che abbiamo letto. Ci accontentiamo di sapere, ma il sape­re comporta il dovere di fare. Allora, parole, se non avete la forza di farmi agire, io vi inchiodo. Cito l’unica vera rivoluzione della storia dell’umanità: la rivoluzione cristiana. Quando leg­giamo alcuni passi del Vangelo, certo sono parole scritte, ma sono parole che ti scuotono e non ti danno pace. Bastano poche parole del discorso della montagna o di qualche parabo­la perché risuonino continuamente dentro di noi, tanto che dobbiamo far fatica per farle tacere. Se il cristianesi­mo è durato 2000 anni è perché queste parole a qualcuno hanno fatto l’effetto di agire. Ditemi quali altre rivoluzioni o oggetti ci mettono nella condizione di agire necessariamente. Tutto è am­ministrabile. Quando ti innamori no, diventi un bambino e nulla può sup­plire a quello sguardo.

È ancora possibile parlare di Dio agli uomini di oggi con il cinema?

Basta cambiargli nome. Quando parli di Dio usando il termine Dio o il som­mo artefice, creatore o altro, imme­diatamente trasferisci la questione dall’immanente al trascendente. Se c’è una cosa che Dio ha fatto, penso anche con un certo sforzo, è trasfor­marsi nell’immanente. Allora perché cercarlo oltre le nubi, quando è qui davanti a noi. Se invece di chiamarlo Dio, lo chiami albero, Paola... non è questo Dio? Quando nei testi diciamo che Dio ci ha dato la vita è giusto ma Dio ha trasferito se stesso, in quanto è vita, in tutto ciò che è davanti al no­stro sguardo. Allora, se parliamo delle cose in cui Dio si è manifestato, que­sto è parlare di Dio. Cristo ha capito questa cosa quando dice sono figlio del Padre; tutti siamo figli di questo Padre. Il suo insegnamento è chiaro. Se parli delle cose parli di Dio.

Ne “Il mestiere delle armi” Gio­vanni non si preoccupa della sua fine trascendente, ma del ricordo molto

Giovanni dice “Vogliatemi bene quan­do sarò morto”. Quando tu vuoi bene, a qualcuno che non c’è più, questo be­ne rispetto a quando è vivo, cambia? Certo e ti suggerisce in termini quasi fisici l’idea della trascendenza: al di là della tua presenza, io ti amo.

MAURO TONINELLI 09 mag 09:18