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Palosco
di ROMANO GUATTA CALDINI* 11 giu 11:31

Don Attilio Vescovi: Archeologia e...

Dalla passione per l’archeologia al sacerdozio, talvolta, il passo è breve. Anche la fede ha bisogno di incessanti ricerche e di uno studio costante. Di questo è stato testimone il giovane Attilio Vescovi, prossimo a pronunciare il suo “per sempre”. Classe 1991, don Attilio è nato a Trescore Balneario, nella Bergamasca, ma è cresciuto e si è formato a Palosco, all’ombra di papà Luigi e di mamma Lucia. Ed è qui, nella parrocchia di San Lorenzo, con don Ettore Piceni e don Giulio Bonù, che vengono instillati i semi che germoglieranno nella vocazione con il conseguente ingresso, nel 2014, in Seminario. Con alle spalle studi classici al liceo e una laurea in Lettere, nei sei anni di teologia don Attilio ha prestato servizio a Nave, al Seminario minore, a Serle, a Sabbio Chiese, alla pastorale vocazionale e, come diacono, ad Adro e a Torbiato.

Don Attilio, sei entrato in Seminario dopo l’Università. Che percorso avevi in mente?

Prima del Seminario ho studiato Lettere a Milano, laureandomi alla triennale. Volevo approfondire gli studi classici per poi intraprendere la professione di archeologo. Poi il Signore ha deciso per me, mi ha voluto altrove e io non ho potuto fare altro che seguirlo.

Quella per l’archeologia è una passione che hai continuato a coltivare?

Sì, fra le passioni che ho mantenuto dagli anni universitari certamente figura l’archeologia, anche se il tempo a disposizione non è sempre sufficiente. L’altra mia passione è la musica. Suono la tastiera sin dai tempi in cui vivevo a Palosco e ho continuato nel tempo.

Sei cresciuto in oratorio. Ci sono aneddoti che ti piace ricordare?

Sicuramente non posso dimenticare le estati passate all’oratorio di Palosco in compagnia del curato e dei miei coetanei. Vivevamo la quotidianità in una dimensione comunitaria, sia i grest sia i campeggi a Pinarella. Sono esperienze che mi hanno fatto crescere molto, anche nell’ottica del servizio agli altri, ai più piccoli come ai più grandi, sentendomi parte di quella comunità più grande che è la Chiesa.

Ci sono state persone particolarmente importanti che hai incontrato durante il percorso che ti ha portato a scoprire la vocazione?

Certo. Ho incontrato personalità significative che mi hanno aiutato a capire quello che il Signore voleva da me. Penso ai parenti, soprattutto a mia nonna, che mi ha educato alla semplicità della fede. Non posso dimenticare i tanti sacerdoti che hanno saputo testimoniare il Vangelo, facendomi capire la bellezza che risiede nel servire la Chiesa e i fratelli nel nome di Gesù.

Qual è stata la reazione di amici e parenti quando hai comunicato loro che saresti entrato in seminario?

Quando ho esplicitato la mia decisione ai parenti la reazione è stata duplice. Alcuni erano orgogliosi, altri erano più timorosi, ma col tempo anche loro hanno compreso e accettato la strada che avevo deciso di intraprendere. La stessa dinamica si è manifestata con gli amici. Taluni erano entusiasti, altri un po’ ironici… Però nessuno mi ha mai ostacolato, anzi. Tutti, chi in un modo chi in un altro, mi hanno accompagnato nella mia scelta. Posso dire di aver sentito la vicinanza di tante persone.

Sei entrato in Seminario con studi alle spalle. Cosa hai approfondito maggiormente?

In Seminario si studia molto, si approfondiscono tante discipline. Quello che mi ha affascinato maggiormente è stato lo studio delle Sacre Scritture, lo studio della Parola di Dio, fondamentale per capire la nostra esistenza e il nostro essere cristiani oggi. L’altra grande passione è la teologia, non solo la sua storia. Mi colpisce il fatto che noi, oggi, con la nostra ragione, possiamo dare ragione della nostra fede. Possiamo conoscere Dio da un punto di vista razionale. Di certo non passiamo passare per dei “creduloni” che si affidano a qualcosa che non conoscono. Siamo chiamati a conoscere Dio. È la Sua volontà. La teologia ci aiuta a fare questo, in una vita fatta di spiritualità e di fede. Solo così possiamo capire e dare ragione alla speranza che è in noi.

C’è un versetto del Vangelo a cui sei maggiormente legato?

Tutte le pagine del Vangelo sono importanti, però la frase che molte volte mi accompagna e mi aiuta è quella pronunciata da Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Questo significa che la nostra esistenza ha senso e valore solo ed esclusivamente se legata a Gesù. Se non capiamo questo, se non lo viviamo nella quotidianità, siamo destinati a costruire la nostra casa sulla sabbia. Prima o poi crollerà. Gesù, invece, ci infonde sicurezza, facendoci restare saldi in Lui.

C’è un Santo a cui sei particolarmente devoto?

Sono innumerevoli i Santi che ci accompagnano nel cammino della vita. Nella mia esperienza ho sempre ammirato Sant’Agostino. Lui ha saputo conciliare la pastorale, la vita con i fratelli, la Chiesa e l’annuncio del Vangelo con la dottrina, con lo studio e l’approfondimento: in tal modo è riuscito a essere sia pastore sia dottore, cambiando, di fatto, il volto della Chiesa. Tutto questo è potuto avvenire grazie al suo agire, al suo stile di vita e di azione nell’annunciare Gesù Cristo.

Sei quasi giunto alla fine del tuo percorso di studi. Cosa diresti a un giovane che oggi sta cercando la propria vocazione?

Parliamo di una chiamata che è rivolta a tutti, nessuno escluso. Ognuno di noi è chiamato a cercare la propria vocazione. Cosa dire a un giovane? Non posso che consigliare di percorrere il mio medesimo cammino, invitandolo ad avvicinarsi alla Sacra Scrittura, pregando quotidianamente. Personalmente ho iniziato leggendo i salmi. Questo aiuta molto perché si prega con le parole che Dio stesso ci ha fornito nella Bibbia, aiutandoci a capire ciò che Lui vuole da noi. Senza una relazione con il Signore non possiamo capire qual è la Sua volontà. Proprio per questo i sacramenti sono fondamentali, a partire dalla partecipazione alla Messa sino alla Confessione: le vie ordinarie, di fatto, con cui Dio, oggi, parla a tutti. Basta mettersi in ascolto.

Non sei spaventato di diventare sacerdote in una società in cui l’aspetto religioso è messo molte volte in secondo piano? Molti giovani si allontanano dalla religione… La società si sta scristianizzando progressivamente. Come vivi questa dimensione?

È vero, non viviamo in un mondo poi così propenso ad accogliere il Vangelo, ma questo non mi scoraggia. Gesù l’ha detto che non sarebbe stato facile, che ci avrebbe mandato come pecore in mezzo ai lupi. Non dobbiamo temere questa tendenza, ma siamo chiamati a trovare la forza, come Chiesa e comunità, di approfondire maggiormente la nostra fede per credere sempre di più al Signore, affidandoci a Lui. Tutto il resto verrà di seguito. La testimonianza di fede arriva laddove c’è fede. Per nessuno sarà facile credere. Per nessuno sarà facile vedere chi crede e affida la sua fede al Signore.

Come immagini il tuo futuro, a pochi giorni dal tuo “per sempre”?

È difficile immaginare il futuro di una vita dedicata al sacerdozio. Quando veniamo ordinati promettiamo obbedienza al Vescovo e ai suoi successori, affidando le nostre vite nelle mani del Signore. Noi possiamo solo sperare di essere in grado, sempre, di fare la sua volontà, di certo non la nostra. Solo in quest’ottica, qualsiasi cosa accadrà, potremo avere l’occasione di annunciare il Vangelo. L’unica aspettativa che ho, se la si può definire così, è di rimanere sempre fedele a Dio e alla Chiesa, cercando di fare il meglio possibile. Non si può prescindere dal fatto che prima dei sacerdoti e della Chiesa viene sempre Gesù che, come si suol dire, “fa gran parte del lavoro”. Non dimentichiamo che il Suo spirito opera molto di più di quanto possiamo immaginare.

*Ha collaborato Veronica Romano

ROMANO GUATTA CALDINI* 11 giu 11:31