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Montirone
di MASSIMO VENTURELLI 11 giu 09:26

Don Simone Toninelli: la mia vocazione

Simone Toninelli, don Simone, ha 29 anni ed è originario di Montirone. Prima di approdare in via Razziche ha conseguito il diploma superiore al liceo pedagogico e si è cimentato anche con il mondo del lavoro. Proprio l’aver sperimentato la vita della fabbrica gli consente di dire in modo categorico che il Seminario non è la “catena di montaggio in cui si assemblano i sacerdoti”.

La sua scheda biografica si completa con la nota sulla passione per la montagna (per altro documentata anche dalle fotografia presenti in questa pagine). Negli anni degli studi teologici in Seminario ha prestato servizio nelle parrocchie di Zanano, Sellero, Montirone, Agnosine, come prefetto della comunità di propedeutica. L’ultimo servizio svolto come diacono è stato quello alle parrocchie del Villaggio Violino e della Badia nella periferia ovest della città.

È lo stesso don Simone a completare, con questa intervista, la sua presentazione, parlando di come ha scoperto la chiamata al sacerdozio, delle fatiche incontrate, di quello che il Seminario gli ha dato, dell’atteggiamento con cui guarda al futuro e alle sfide che lo attenderanno dopo l’ordinazione sacerdotale del 12 giugno prossimo. A guidarlo, come ha più volte ribadito nel corso dell’incontro da cui è scaturita questa intervista, c’è una sola, grande certezza: Gesù è la completezza della vita.

Dove e come è nata la tua vocazione?

Faccio fatica a individuare un momento esatto in cui collocare l’inizio della mia vocazione. Non riesco a individuare un’occasione o un evento straordinario in cui ho avuto la percezione che il Signore stesse chiamandomi.

Credo che la mia vocazione, invece, sia andata facendosi chiara giorno dopo giorno, nella vita normale, nella quotidianità. La mia vicenda è uguale a quella di tanti altri giovani che sono cresciuti dividendo la loro vita tra la famiglia, la parrocchia e l’oratorio.

Io, figlio unico, ho scoperto e apprezzato la ricchezza di tanti incontri, di tante testimonianze anche silenziose, a partire da quella dei miei genitori, dei sacerdoti e di altre persone che ho incontrato sul mio cammino che mi hanno aiutato a comprendere giorno dopo giorno il progetto che il Signore aveva pensato per me.

A che età sei entrato in Seminario? Qual è stata la reazione dei tuoi genitori?

Avevo 22 anni quando ho fatto questa scelta e all’inizio sia i miei genitori sia altre persone a me vicine hanno fatto fatica a comprenderne le ragioni. Mamma e papà avevano altre aspettative sul loro unico figlio, forse si aspettavano di diventare nonni. Per loro è stato complicato e, probabilmente, anche causa di qualche difficoltà e sofferenza, accettare che il loro figlio anteponesse a sogni e aspettative la volontà del Signore.

Col passare del tempo, però, le loro comprensibili resistenze si sono affievolite. Credo che la grazia del Signore abbia operato anche in loro, aiutandoli a comprendere il perché della mia scelta. Oggi ne sono felici anche loro e condividono con gioia e trepidazione i giorni che mancano all’ordinazione.

E quella degli amici?

Anche tra la schiera dei miei amici, soprattutto fra quelli più cari, c’è stato chi all’inizio non ha compreso. Con uno in particolare la condivisione della mia intenzione di entrare in Seminario si è trasformata anche in uno scontro, in un momento di chiusura e di rifiuto. Poi, però, l’amicizia e la comprensione delle ragioni che mi avevano portato a fare questa scelta hanno avuto la meglio e si è trasformato in uno dei più entusiasti sostenitori del mio cammino verso il sacerdozio.

Durante questo cammino non hai mai avuto momenti in cui hai dubitato che la scelta effettuata potesse non essere quella giusta?

Sì, nel corso del mio cammino c’è stato qualche momento in cui mi sono fermato a riflettere se la strada intrapresa fosse veramente quella giusta e se mi fornisse le risposte a quelle domande che via via andavo ponendomi.

Soprattutto nei primi anni del Seminario, quando avevo davanti un percorso ancora tutto da costruire, ho avuto momenti in cui mi sono interrogato se quella intrapresa fosse la mia strada. Riguardando oggi a quei momenti mi pare di poter dire che è stata proprio la grazia del Signore che si è fatta presente per darmi la capacità di trovare quelle risposte che andavo cercando.

Gli anni del Seminario sono solo un tempo in cui “si impara” a diventare preti?

No, è stato un periodo estremamente fecondo e ricco di doni. Il Seminario non è una scuola in cui si impara a diventare preti, ma piuttosto un tempo, un cammino in cui si sperimenta giorno per giorno cosa significhi la comunione ed essere parte di una stessa Chiesa, a condividere gioie e sofferenze. È stato e continua a essere tempo e luogo in cui ho imparato ad aprirmi agli altri, a non vivere solo per me stesso, ma a concepire la mia esistenza come un dono da condividere con gli altri.

È un tempo che mi ha dato modo di capire cosa intenda papa Francesco quando parla di Chiesa in uscita.

Ricordo che anche il vescovo Pierantonio, nella sua prima visita in Seminario dopo il suo arrivo a Brescia, ci invitò per ben tre volte a essere seminaristi in uscita.

Più che insegnarmi a fare il prete, dunque, il Seminario mi ha fatto capire cosa sia la comunione e cosa significhi essere Chiesa in uscita, elementi su cui si poggia da sempre l’essere sacerdoti. Gli anni trascorsi in via Razziche mi hanno fatto comprendere appieno cosa significhi aprirsi alla missione, come ci chiede il Vangelo.

Di tutto quello che hai imparato in questi anni di cammino cosa ti servirà sicuramente nel ministero che ti sarà affidato?

Sicuramente la bellezza dello stare sempre con il Signore. Nel capitolo 3 del suo vangelo, Marco dice che Gesù chiama i suoi discepoli perché stessero con lui. Credo che non ci sia aspetto più importante di questo anche per un giovane. Sperimentando ogni giorno la bellezza dello stare con il Signore, mi piacerebbe riuscire a trasmettere alle persone che incontrerò nel mio cammino questa stessa gioia e la bellezza di tutti quei momenti che favoriscono questa esperienza: la preghiera, il confronto, il dialogo, l’incontro, il camminare insieme, aspetti che tutti insieme fanno il nostro essere Chiesa.

C’è, invece, qualcosa che gli anni del Seminario ti hanno tolto? Hai qualche rimpianto?

Se mi guardo indietro non vedo rimpianti particolari e nel bilancio complessivo di questi anni credo che quello che ho avuto, che mi è stato donato supera di gran lunga eventuali restrizioni che a oggi, sinceramente, non riesco a vedere.

Oggi sono estremamente sereno che non vuol dire essere incosciente o superficiale rispetto alle responsabilità e all’impegno a cui il Signore mi chiama ogni giorno. Mi aiuta in questo la consapevolezza che il Signore ha costruito tanto in me, mettendo al mio fianco anche tanti fratelli che hanno condiviso lo stesso cammino. In un panorama di questo genere non c’è spazio per i rimpianti.

A pochi giorni dall’ordinazione sacerdotale hai paure e timori particolari per il futuro?

No, più che di paure e timori parlerei, come già detto, di consapevolezza delle responsabilità e degli impegni che mi aspettano. Ma questo è tipico della vita di ogni uomo e donna, al di là della singola vocazione.

Per affrontarli faccio sempre affidamento al Signore, mi metto nelle sue mani, disposto a seguire la strada che vorrà indicarmi. Non ho progetti particolari o grandi pensieri per il futuro se non quello di affidarmi e confidare nel Signore.

C’è un’ultima domanda che potrebbe sembrare banale.

Chi è Gesù, per te, oggi?

Sono convinto, anche a rischio di sembrare banale nella mia risposta, che Gesù oggi per me sia la completezza della vita. Con gli altri giovani con cui, dopo gli anni del Seminario, condividerò anche la gioia dell’ordinazione sacerdotale, ci siamo confrontati nelle scorse settimane per la scelta della citazione da usare sul manifesto per la celebrazione del 12 giugno. Dopo un lungo confronto la nostra scelta è caduta su un versetto della lettera di Paolo ai Filippesi che dice “Per me il vivere è Cristo”. Si tratta di una frase che dice quanto, per me e per i miei compagni di ordinazione, Gesù sia veramente tutto, sia la vita. Per lui stiamo offrendo la nostra vita e con lui vivremo in comunione nella Chiesa, camminando con la Chiesa, con le persone che avremo modo di incontrare nel nostro cammino e con cui saremo chiamati a crescere nella fede.

*Ha collaborato Martina Apostoli

MASSIMO VENTURELLI 11 giu 09:26