Mendonça: Osiamo ridare centralità all’amore
Nella chiesa di Sant'Afra, venerdì 10 aprile, si è aperto il Convegno Diocesano "Siamo la Chiesa del Signore". La meditazione iniziale, sul tema della missionarietà, è stata affidata al cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione
Sono profondamente grato al Vescovo Pierantonio per l’invito che mi ha rivolto e per la fiducia con cui mi ha affidato il compito di aprire questo Convegno Diocesano. Vengo a Brescia non come un esperto che offre ricette, ma come un pellegrino che desidera camminare con voi, condividendo lo stupore per ciò che lo Spirito sta operando in questa Chiesa. Avete compiuto un cammino intenso di ascolto: diciannove tappe, oltre duecentottanta relazioni, centinaia di incontri. È un’esperienza rara di discernimento ecclesiale, e il fatto stesso che l’abbiate compiuta dice qualcosa di decisivo sulla vostra Chiesa.
Il tema che mi è stato proposto – la natura intrinsecamente missionaria della Chiesa nella sua articolazione territoriale – tocca il cuore stesso dell’ecclesiologia conciliare. Non si tratta di un aspetto tra i tanti, di un settore della pastorale accanto ad altri: la missione è la forma stessa della Chiesa. La Chiesa non ha una missione; la Chiesa è missione, oppure non è. Come ci ha ricordato Papa Leone XIV nel Concistoro straordinario del gennaio scorso, richiamando il primo paragrafo della Lumen gentium: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio desidera ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa».
Vorrei partire da un’immagine evangelica. Il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni ci conduce sul lago di Tiberiade, all’alba, dopo la risurrezione. I discepoli hanno pescato tutta la notte senza prendere nulla. Gesù appare sulla riva e dice loro di gettare la rete dalla parte destra della barca. È un’alba di fallimento trasformata dalla presenza del Risorto. Leone XIV, nella sua omelia di inizio Pontificato, ha letto in questa scena la cifra di tutta la missione ecclesiale: gettare sempre e nuovamente la rete, immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo, navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio. La missione non nasce dalle nostre strategie: nasce dall’incontro con il Risorto, da un amore sperimentato e accolto.
La Chiesa è missione: il fondamento teologico
Il Concilio Vaticano II ha operato una svolta copernicana nella comprensione della missione. Prima del Concilio, la missione era intesa prevalentemente come l’attività specifica rivolta ai popoli non ancora evangelizzati, delegata a specialisti – i missionari – inviati in terre lontane. Con il decreto Ad gentes e con la costituzione Lumen gentium, la missione viene ricollocata al cuore stesso dell’identità ecclesiale. La Chiesa è «per sua natura missionaria» (Ad gentes, 2), perché trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre.
Questo significa che ogni battezzato, in forza del Battesimo, è un soggetto missionario. Come avete scritto nei vostri Lineamenta, richiamando la terza priorità pastorale: «In forza della nostra fede, abbiamo – non per nostro merito ma per grazia – un lieto annuncio da offrire al mondo». Qui sta il punto: la missione non è un compito aggiuntivo, un’incombenza che si somma alle fatiche già gravose della vita parrocchiale. È la ragion d’essere di ogni comunità cristiana.
Papa Leone XIV ha espresso questo con una formula limpida, rivolgendosi ai Vescovi italiani nel giugno 2025: «Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici». Queste parole sono un antidoto potente contro la tentazione dell’autoreferenzialità ecclesiale, contro quella Chiesa che pensa semplicemente alla propria sussistenza, come giustamente ammoniscono i vostri Lineamenta.
L’attrazione: lo stile della missione
Ma come si compie questa missione? Qual è il suo stile? Nel Concistoro straordinario del 7 gennaio 2026, Papa Leone XIV ha ripreso una parola decisiva che unifica i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco: attrazione. La Chiesa si sviluppa per attrazione. Come ricordava Benedetto XVI ad Aparecida, e come Leone XIV ha fatto proprio: «Cristo attira tutti a sé con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore».
E Leone XIV ha aggiunto una precisazione illuminante: la forza che presiede a questo movimento di attrazione è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa. «Non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel canale arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore».
Quando Gesù entra nella città di Gerico, sceglie di attraversarla lungo il centro (Luca 19,1-10). È proprio questo suo ingresso in città e l'avvicinamento alla gente che gli permettono di incontrare Zaccheo. Questa scelta di Gesù ci insegna che senza l'avvicinamento l'incontro non avviene; e senza questo incontro misericordioso capace di attirare nuove versione del futuro il miracolo non si compie, la conversione non ha luogo e il perdono non può essere assaporato.
Questo ha conseguenze enormi per la vita concreta delle vostre comunità. Non si tratta di inventare tecniche nuove di marketing pastorale, né di moltiplicare iniziative in una corsa affannosa. Si tratta di essere, di vivere la trama della quotidianità con speranza e di abbracciare senza escapismi la realtà, per dura e spinosa che sia, rischiando di viverla come trasparenza dell’amore di Cristo. Ogni parrocchia, ogni unità pastorale, ogni oratorio, ogni gruppo è chiamato a diventare un luogo dove chi entra possa percepire, anche solo come una brezza leggera, il soffio dello Spirito. La qualità delle relazioni, la bellezza della preghiera comunitaria, la sincerità dell’accoglienza, la disponibilità per l’accompagnamento, la cura dei più fragili: ecco le vie dell’attrazione generativa.
Il territorio come luogo teologico
Ma dove avviene tutto questo? Avviene in un luogo, in un territorio, tra biografie e volti concreti. Ed è qui che il tema dell’articolazione territoriale diventa decisivo.
La Chiesa non è un’idea platonica. È un popolo che cammina nella storia. La Gaudium et spes si apre con quella frase che i vostri Lineamenta giustamente richiamano più volte: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Questa non è una formula retorica: è il programma di una Chiesa incarnata, che si lascia ferire e fecondare dalla realtà del luogo in cui vive.
Il territorio non è semplicemente lo sfondo della missione: ne è la grammatica. Ogni territorio ha la sua lingua, le sue ferite, le sue risorse nascoste, i suoi santi dimenticati, le sue povertà inedite. «La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna» (Papa Leone XIV). Una Chiesa missionaria è una Chiesa che conosce il suo territorio non dall’alto di una scrivania, ma dal basso di un’attenzione quotidiana. È la Chiesa che Papa Francesco sognava – e che Papa Leone XIV continua a sognare – quando parlava di una «Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade».
La vostra Diocesi conosce bene questa complessità territoriale: grandi centri urbani e piccole comunità sparse su territori ampi, zone di montagna e di pianura, realtà in piena trasformazione sociale e demografica. I vostri Lineamenta lo dicono con onestà: si registrano forti resistenze e fatiche nell’attuare le Unità Pastorali, permangono forme di campanilismo. Ma questa stessa complessità è una ricchezza, se la guardiamo con gli occhi della fede. Il territorio non è un problema da risolvere: è un dono da abitare.
La sfida è passare dalla logica della conservazione del proprio – la propria parrocchia, il proprio campanile, le proprie tradizioni – alla logica della condivisione per il bene di tutti. È il passaggio dal «mio» al «noi» ecclesiale.
Dalla conservazione alla missione: il passaggio epocale
I vostri Lineamenta individuano con lucidità una delle sfide più radicali: la fine della «cristianità» intesa come modello sociale e culturale. Nulla è più scontato: né il Battesimo dei bambini, né il matrimonio in chiesa, né la partecipazione alla Messa domenicale. Questo può generare smarrimento, nostalgia, la tentazione di aggrapparsi a un passato che non tornerà.
Ma io vi dico: questa è un’opportunità straordinaria. Il vostro Vescovo l’ha scritto nella prima priorità pastorale con parole che meritano di essere meditate a lungo: «In un tempo di secolarizzazione, dove ogni tradizione religiosa appare fortemente indebolita dall’indifferenza e dove tuttavia non è spento il desiderio di Dio, ci è offerta una singolare occasione per riscoprire la grazia e la bellezza di credere nel Signore Gesù Cristo».
Singolare occasione: queste sono parole di speranza, non di rassegnazione. Quando crolla l’impalcatura sociale della fede, quando la fede non può più appoggiarsi su abitudini consolidate, allora emerge in tutta la sua forza la domanda essenziale: perché credo? per Chi vivo? Allora la fede diventa scelta personale, decisione libera, incontro. E una Chiesa che nasce dall’incontro è molto più missionaria di una Chiesa che si regge sulla consuetudine.
Ricordo le parole del vostro concittadino, San Paolo VI, rivolgendosi ai Bresciani: «è innegabile che la nostra società si sta cambiando radicalmente; pensieri, cultura, costumi, economia, vita sociale e anche sentimento ed espressione religiosa stanno evolvendosi. Come si deve trattare questo patrimonio di ieri rispetto all’oggi, rispetto al domani? Il Papa raccomanda loro di non trascurare tale problema, di non considerarlo un peso, ma una forza, una energia, un impegno, un dono che il Signore dà loro non perché si arrestino alla ricchezza goduta ed ereditata, ma perché la traducano in nuove forme, in nuove espressioni, come hanno già fatto i loro vecchi e originali per superare le difficoltà del loro tempo» (28 ottobre 1963).
Non trascuriamo la sfida che rappresenta la trasformazione del codice culturale, che ha un impatto così forte nelle scelte individuali e nelle modalità di esistenza. Là dove vengono meno le forme di un cristianesimo sociologico, lì può risplendere con maggiore intensità (e con una capacità di sorprendere) la qualità della sua testimonianza.
Ogni stagione è un'opportunità, ogni incontro è un viaggio, oggi può essere il giorno della salvezza. Il seminatore passa per seminare, e il seme cade in luoghi diversi, perché siamo noi diversi in ogni tempo. Siamo noi questo cammino molteplice, multimodale, multisfaccettato. L'importante è che il seme non si perda nella sua complessa traiettoria dentro di noi.
Lievito nella pasta del mondo
Nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino, Leone XIV ha usato un’immagine che i vostri stessi Lineamenta riprendono: essere nella pasta del mondo «un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità». L’immagine del lievito è preziosa perché dice due cose contemporaneamente: la sproporzione e l’efficacia. Il lievito è poca cosa rispetto alla massa della farina, eppure la trasforma tutta. Così la Chiesa: non è chiamata a occupare tutto lo spazio, ma a trasformarlo dall’interno.
Questo principio ha conseguenze dirette per l’articolazione territoriale della missione. Non si tratta di presidiare ogni angolo con le strutture ecclesiastiche – molte delle quali, come i vostri Lineamenta onestamente riconoscono, non sono più sostenibili. Si tratta di essere presenze significative, punti di irradiazione evangelica. Una parrocchia può chiudere un oratorio, ma non può chiudere il cuore. Una comunità può avere meno strutture, ma può avere più relazioni autentiche.
Leone XIV, nella suo omelia di giovedì santo diceva: «Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare». Anche dai luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata… E ribadiva: «I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. È la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione». Forze noi cristiani dovremo imparare il realismo evangelico che ci comanda non a sostituire il mondo ma a diventare lievito nel mondo concreto che si apre oggi alla missione.
La saggezza di scegliere rappresentarsi come lievito o come seme. Come il seme che vive in stato di parto, i gemiti della chiesa sono gemiti di partoriente che dà alla luce. La vita nello Spirito è continua rinascita e ripartenza. La nostra condizione di cristiani è la condizione di chi genera, di chi fa la gestazione del mondo, curatori e servi appassionati della vita, che non ci è mai estranea.
L’Eucaristia domenicale: cuore della missione territoriale
Nella vostra riflessione, la prima area di lavoro è dedicata alla celebrazione del Giorno del Signore. È una scelta sapiente, perché l’Eucaristia domenicale è il cuore pulsante di ogni comunità cristiana. Se il cuore si indebolisce, tutto il corpo ne risente.
Ma l’Eucaristia non è solo il momento culminante della vita comunitaria: è la sorgente della missione. Dalla Messa si viene inviati – il congedo liturgico lo dice espressamente: Ite, missa est. Andate, siete mandati. L’Eucaristia non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Ogni domenica la comunità si raduna per ricevere la forza di Cristo e poi disperdersi nel mondo come lievito. Questa dinamica di raccolta e dispersione, di convocazione e invio, è la struttura profonda della missione. Gesù si è offerto al Padre, con un atto d'amore unico, per un destinatario differente da sé stesso: i fratelli. La vita di Gesù diventa una seminagione di esistenze che imparano a trascendersi e a considerarsi come dono, come amore interattivo fatto di gratuità e di oblazione. Modellata sull'esistenza di Gesù, la vita cristiana è in questo modo chiamata ad approfondirsi e ampliarsi. Noi non rimaniamo gli stessi. In ogni eucaristia ci scopriamo sfidati a uscire da noi stessi.
Per questo la cura della celebrazione è un atto missionario. Una liturgia bella, partecipata, viva, è già annuncio del Vangelo. I vostri Lineamenta parlano giustamente dell’ars celebrandi, dell’arte del celebrare. Non si tratta di spettacolarità, ma di trasparenza: permettere che sia Cristo stesso a guidare l’incontro tra Dio e il suo popolo. E quando questo accade, anche chi è lontano lo percepisce, come un profumo che si diffonde.
Corresponsabilità: tutti protagonisti della missione
La missione non è affare dei soli presbiteri. È la vocazione di ogni battezzato. Qui si colloca il grande tema della ministerialità, che attraversa le vostre aree di lavoro con insistenza e profondità.
Papa Leone XIV, parlando ai nuovi Vescovi nel settembre 2025, ha ribadito con forza che il dono del ministero non è per se stessi, ma per servire la causa del Vangelo. E rivolgendosi ai Vescovi italiani, ha aggiunto: «Abbiate cura che i fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa, siano protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica».
Questa è la corresponsabilità missionaria. I vostri Lineamenta lo esprimono con chiarezza quando parlano della pastorale d’ambiente: è nelle innumerevoli esperienze e momenti dell’esistenza che si suscita il legame tra Vangelo e vita. La scuola, il lavoro, la salute e la malattia, lo sport, l’arte, la comunicazione digitale: sono tutti ambiti in cui i laici sono chiamati a essere missionari, non per delega del parroco, ma in forza del loro Battesimo.
Non si tratta, come i vostri stessi gruppi di studio hanno ben colto, di una supplenza dovuta alla diminuzione dei presbiteri. Si tratta di una maturazione teologica della corresponsabilità, di una comprensione più profonda di ciò che significa essere il Corpo di Cristo. Il presbitero non perde nulla quando i laici assumono responsabilità: al contrario, può finalmente dedicarsi a ciò che è essenziale e vitale per la comunità, al suo operare in persona Christi.
La formazione come accompagnamento missionario
Ma perché tutto questo sia possibile, occorre la formazione. E qui tocchiamo uno dei nodi più delicati. La formazione cristiana dell’adulto – lo avete scritto con chiarezza – non è solo dottrina, ma cammino integrale di continua conversione. Coinvolge l’intelligenza, la volontà, i sentimenti, passa attraverso le relazioni e il vissuto.
Vorrei sottolineare un aspetto che mi sta particolarmente a cuore: la dimensione estetica della formazione. I vostri Lineamenta ne parlano nell’area dedicata alla formazione, e fanno bene. Il patrimonio artistico-culturale è una fonte viva di significati. La bellezza non è un accessorio della fede: ne è una via privilegiata. Come san John Henri Newman intuiva – il cui motto Cor ad cor loquitur risuona nel vostro cammino diocesano –, il cuore parla al cuore attraverso la bellezza, non solo attraverso i concetti.
Una Chiesa missionaria è una Chiesa che sa parlare il linguaggio della bellezza: nella liturgia, nell’arte, nella musica, nella qualità delle relazioni umane. È una Chiesa che, come scriveva Papa Francesco nella Evangelii gaudium e come Leone XIV ha ripreso nel Concistoro straordinario, evangelizza e si evangelizza con la bellezza.
Una Chiesa sinodale per una missione condivisa
La sinodalità, nella sua essenza, non è un metodo organizzativo: è la forma ecclesiale della missione. Camminare insieme non è un fine in sé, ma il modo in cui la Chiesa compie la sua missione nel mondo. Come Leone XIV ha ricordato ai Vescovi italiani: «La sinodalità diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire».
I vostri Consigli di partecipazione, su cui tanto avete riflettuto, sono lo strumento concreto di questa sinodalità missionaria. Giustamente avete colto che non devono essere sovrastrutture burocratiche, ma laboratori di discernimento comunitario. L’arte del consigliare, come il vostro Vescovo ha scritto con finezza in un testo del 2018, è frutto di una disciplina interiore, di una purificazione del cuore. Consigliare nella Chiesa è un atto spirituale prima che organizzativo.
E il discernimento – lo ha ribadito il Santo Padre nel Concistoro straordinario – implica per eccellenza l’ascolto. «Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità». Il vostro Convegno Diocesano è un momento di questo tipo: un’esperienza di ascolto reciproco che diventa discernimento, e che dal discernimento genera scelte missionarie.
Costruire ponti: la Chiesa e il territorio civile
La missione territoriale della Chiesa non si esaurisce dentro i confini della comunità ecclesiale. I vostri Lineamenta parlano giustamente di promuovere una feconda collaborazione con le amministrazioni locali e le istituzioni civili in vista del bene comune. È un aspetto decisivo.
Papa Leone XIV, fin dal suo primo discorso dalla Loggia di San Pietro, ha indicato nella costruzione di ponti la cifra del suo pontificato: «Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce ponti, dialogo, sempre aperta a ricevere, come questa piazza con le braccia aperte, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della presenza, del dialogo, dell’amore».
La parrocchia è storicamente il luogo dove la Chiesa tocca il territorio. Non è solo un’unità amministrativa: è una presenza. La canonica, l’oratorio, la scuola, la chiesa stessa sono punti di riferimento non solo per i credenti, ma per l’intera comunità civile. Quando una parrocchia accoglie, educa, accompagna, promuove cultura, serve i poveri, costruisce dialogo interculturale, essa compie la sua missione nel senso più pieno. È lievito nella pasta del territorio.
Questo chiede anche di ripensare con coraggio la questione delle strutture. I vostri Lineamenta lo fanno con realismo: molte strutture sono sovradimensionate, economicamente insostenibili. Ma la questione non è semplicemente amministrativa: è missionaria. Quali strutture servono alla missione? Quali la ostacolano, assorbendo energie che dovrebbero essere dedicate all’incontro con le persone? Alleggerire il carico amministrativo dei presbiteri – come giustamente proponete – non è una questione di efficienza: è una questione di libertà per la missione.
La carità come via maestra
I vostri Lineamenta individuano nella carità una strada maestra per la pastorale. Vorrei approfondire questo punto, perché la carità non è soltanto una delle attività della Chiesa: è il suo linguaggio universale, comprensibile a tutti, credenti e non credenti.
In un mondo ferito dalla guerra, dalla violenza e dall’ingiustizia – come ha detto Leone XIV alle Pontificie Opere Missionarie – la Chiesa è chiamata a portare il Vangelo di una pace vera e duratura. Questa pace non è astratta: si incarna nel servizio concreto ai più fragili, nell’accompagnamento delle famiglie in difficoltà, nell’accoglienza dei migranti, nella lotta contro le nuove povertà relazionali. ne. La Chiesa è chiamata ad essere casa.
La vostra proposta di creare antenne e presidi di prossimità sul territorio, piccole équipe missionarie composte da consacrati, laici e giovani, è profetica. Queste presenze leggere, mobili, attente, possono diventare i terminali nervosi attraverso cui la Chiesa percepisce le ferite del territorio e vi risponde con la tenerezza del Vangelo.
Mentre assistiamo a un indebolimento della presenza istituzionale delle Chiese nelle società contemporanee, almeno in Europa, siamo chiamati a riscoprire il valore e le possibilità di una presenza discreta nel mondo. In tante situazioni, in questa diaspora culturale in cui siamo stati seminati, l'unica testimonianza credibile è quella di una vita vissuta con semplicità e gioia nel seguire Gesù. Abbiamo quindi bisogno di recuperare la “santa potenza del cuore”. I cristiani sono chiamati a vivere la compassione come ministero.
Questa compassione non è un sentimento vago: è una prassi concreta, una scelta quotidiana di farsi prossimo. Nella vostra tradizione bresciana, ricca di figure di santi educatori e di carità, questo principio ha trovato espressioni mirabili. Oggi siete chiamati a rinnovarlo nelle forme che il tempo presente richiede: l’attenzione alle fragilità invisibili, alla solitudine degli anziani, alle nuove povertà relazionali che affliggono anche chi è materialmente benestante, al disagio dei giovani che cercano senso in un mondo frammentato.
I giovani: soggetti profetici
Una parola speciale meritano i giovani. I vostri Lineamenta li descrivono come l’«anello mancante», ma subito correggono: la sfida più grande riguarda in realtà il mondo adulto. È vero: non possiamo chiedere ai giovani di colmare un vuoto che appartiene alla generazione dei padri.
Tuttavia, i giovani portano con sé una profezia. Abitano spontaneamente quei «mondi esperienziali» della cultura contemporanea – i linguaggi digitali, le relazioni interculturali, la mobilità esistenziale – che per le nostre strutture pastorali sono ancora terra incognita. Come ha ricordato Leone XIV parlando alla Chiesa in Turchia, i tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa portando le loro domande e le loro inquietudini sono un segno bello e promettente.
La vostra idea di individuare giovani che possano diventare missionari digitali, presenze cristiane nei social e negli ambienti digitali, è una bella intuizione missionaria. Non si tratta di digitalizzare la pastorale, ma di incarnare il Vangelo anche in quegli spazi dove la vita delle persone effettivamente scorre.
Tessitori di speranza: il compito che vi attende
Cari amici, il sottotitolo del vostro Convegno è un’immagine bellissima: «Vogliamo essere tessitori di speranza». L’immagine della tessitura evoca pazienza, intreccio, bellezza che nasce dalla composizione di fili diversi. La copertina dei vostri Lineamenta mostra delle mani che tessono: mani artigiane, mani pazienti, mani che creano.
La missione della Chiesa nel territorio è esattamente questo: un lavoro artigianale, che intreccia il filo del Vangelo con i fili della vita quotidiana, il filo della tradizione con il filo dell’innovazione, il filo della preghiera con il filo del servizio. Nessun filo da solo basta. È l’intreccio che crea il tessuto.
Voi avete ricevuto, in questa terra bresciana, un’eredità straordinaria di santi, di educatori, di uomini e donne che hanno saputo leggere i segni dei tempi e rispondere con creatività evangelica. Questa eredità non è un museo da conservare: è un lievito da rinnovare. Come dice il vostro Vescovo: siamo chiamati a mantenerci nell’alveo di una tradizione viva, che sa coniugare passato e presente, antico e nuovo, rispetto e creatività.
La Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno
Torno all’immagine iniziale, al lago di Tiberiade. I discepoli, quella mattina, non riconobbero subito Gesù. Fu il discepolo amato a vedere per primo: «È il Signore!». E Pietro, con il suo slancio irruente, si gettò in acqua per raggiungerlo.
Credo che il vostro Convegno sia chiamato a essere un momento in cui, insieme, riconoscete il Signore presente sulla riva della vostra storia. Egli è lì, vi precede, vi attende. Non vi chiede prestazioni impossibili, ma passi coraggiosi nella Sua sequela. Andate avanti, cari fratelli e sorelle di Brescia. Andate avanti nell’unità e nell’amore, come vi esorta il vostro Vescovo. La Chiesa del Signore, nella vostra terra amata, è chiamata a essere segno di speranza non perché ha tutte le risposte, ma perché ha imparato a prendere su di sé le grandi domande umane.
Nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci c'è una lezione fondamentale da prendere: invece di diventare dipendenti dalle numerose risorse che consideravano indispensabili, Gesù insegna i discepoli che l'esperienza della scarsità è perfino indispensabile. Una Chiesa povera impara a dipendere da Gesù e non dalle sue strutture. Ma da quei mezzi che possiede effettivamente, Gesù può far scaturire un'abbondanza che dona il sapore di una vita moltiplicata.
Osiamo ridare centralità all’amore. Lo esorta Papa Leone nella Dilexi Te: «L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno» (n.120).



































