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di VITTORIO BERTONI 11 mag 2026 10:44

Tra memoria e nostalgia con Fontcuberta

Un incontro capace di mettere in discussione il nostro modo di guardare le immagini, di interpretarle e persino di considerarle vere. Protagonista Joan Fontcuberta, artista, docente, saggista, curatore e tra le figure internazionali più autorevoli della post-fotografia contemporanea, intervenuto nell'Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti SantaGiulia in occasione dell’evento “I Should Have Taken More Photos – Avrei dovuto scattare più fotografie”, organizzato in collaborazione con Grenze – Arsenali Fotografici.

Il titolo dell’incontro, ispirato all’omonimo album di Bad Bunny, ha introdotto fin da subito una riflessione profonda sulla memoria, sull’assenza e sulla nostalgia. Un riferimento apparentemente pop che diventa invece il punto di partenza per interrogarsi sul ruolo delle immagini nel nostro rapporto con il tempo e con la perdita: quante fotografie scattiamo oggi per trattenere ciò che temiamo di dimenticare? E soprattutto, cosa raccontano davvero queste immagini? A partire da questi interrogativi, Fontcuberta ha guidato il pubblico dentro uno dei temi centrali della contemporaneità: la transizione dalla fotografia alla post-fotografia e l’emergere di nuove forme di realismo legate all’intelligenza artificiale. Secondo l’artista catalano, il nodo cruciale non riguarda più il mezzo con cui un’immagine viene prodotta, ma il modo in cui viene percepita, interpretata e considerata credibile. “Oggi non conta come nasce un’immagine, ma ciò che ci fa credere”.

La differenza tra una fotografia, un’immagine generata dall’intelligenza artificiale o una pittura iperrealista, spiega Fontcuberta, appartiene soprattutto alla sfera tecnica; ciò che davvero conta è invece la costruzione del significato e l’effetto che quell’immagine produce nello spettatore. Una posizione che attraversa da anni tutta la sua ricerca teorica e artistica, fondata sulla necessità di sviluppare uno sguardo critico verso l’universo visivo contemporaneo. Per Fontcuberta, infatti, la fotografia non può più essere considerata una prova oggettiva della realtà. Le immagini non certificano il vero: lo interpretano, lo costruiscono, talvolta lo manipolano. In questo scenario cambia anche il concetto stesso di originalità. L’idea romantica dell’opera unica e irripetibile, legata alle avanguardie fotografiche del Novecento, appare oggi superata da una nuova esigenza: quella dell’intensità.

Più che essere originale o autentica, un’immagine deve essere capace di generare riflessione, produrre significato, aprire nuove letture del reale. Non a caso Fontcuberta sostiene che gli artisti contemporanei tendano ormai a “sostituire l’originalità e la veridicità con l’intensità, in un contesto in cui le immagini hanno oltrepassato il loro tradizionale valore documentale”. L’incontro si è trasformato così in una riflessione lucida e attuale sul presente visivo in cui viviamo: un’epoca in cui le immagini sono ovunque, ma proprio per questo richiedono maggiore consapevolezza. Perché oggi, più che chiederci se un’immagine sia vera, dovremmo domandarci perché scegliamo di crederle.

VITTORIO BERTONI 11 mag 2026 10:44