Tremolada: Che nessuno rimanga solo
Ritorna puntuale e attesa la solenne commemorazione dei nostri santi patroni Faustino e Giovita. È per noi motivo di conforto poterci affidare alla loro preziosa intercessione, sentirli accanto a noi nel nostro cammino di Chiesa, che in questo anno ci vedrà particolarmente impegnati in un evento importante di discernimento, cioè nel Convegno Diocesano che celebreremo nel prossimo mese di Aprile.
I santi Faustino e Giovita hanno difeso la nostra città in un momento di grave pericolo, l’hanno custodita, l’hanno protetta. Pensando alla loro azione, viene spontaneo un sentimento di gratitudine. Ci rendiamo conto di come questa città sia stata a loro cara, come tutti coloro che la abitavano siano stessero loro a cuore. È un sentimento che ho percepito in modo particolarmente intenso e in tutto il suo valore, alla luce di un evento tragico che recentemente è accaduto proprio in questa nostra città e che mi spinge ha a fare del tradizionale discorso alla città un’occasione per condividere una riflessione.
Due uomini, due nomi: Azat e Alessandro, due paesi: Uzbekistan e Italia, due storie, due percorsi di vita troppo brevi e un comune tragico epilogo. Pochi giorni fa, a poche ore di distanza, Azat e Alessandro si sono congedati da noi, accolti sicuramente dall’abbraccio del Padre. Lo hanno fatto all’aperto, sotto il cielo della nostra città, entrambi soli e al freddo.
Profondamente scossi, ci siamo domandati come questo sia potuto accadere, addolorati per la loro solitudine e prima ancora per la loro indigenza. Che cosa avremmo potuto o dovuto fare, che non abbiamo fatto? La domanda si impone ma la risposta non è semplice. Ogni persona compie il suo cammino in un intreccio di circostanze che si impongono e di scelte che si compiono. Sarebbe ingiusto dire che il problema è la città di Brescia, i suoi servizi, istituzionali e volontari. Certo si può sempre fare di più, ma l’impegno e la dedizione di quanti si fanno carico della povertà nelle nostre strade non mancano. E sarebbe anche ingeneroso definire insensibile, indifferente, egoista il cuore della nostra gente bresciana. Il dolore e lo sconcerto che questo evento ha generato nella nostra città ma anche in tutto il nostro territorio dimostra che il sentimento è vivo ed è sincero. In tutti però sorge la domanda: che cosa possiamo fare e perché non ci siamo accorti? Forse non riusciamo a vedere bene, a vedere tutto, ad arrivare dove dovremmo. Sarebbe poi necessario domandarci quanto siamo disposti a investire, affinchè questo sguardo possa essere più efficace. Dovremmo avere il coraggio di chiederci a quanto, di ciò che ognuno di noi si può permettere, siamo disposti a rinunciare, per consentire maggiori risorse al soccorso di chi è nel bisogno. Quel che è certo, è che non possiamo accettare che in questo momento i riflettori si accendano e poi, tra poco, inesorabilmente si spengano.
Mi permetto allora di consegnare tre parole, intorno alle quali vorrei sviluppare una riflessione che vorrebbe essere un messaggio alla città, un invito che nasce dal dolore per ciò che è accaduto. Credo ci sia bisogno, particolarmente in questo momento, di empatia, di fiducia e di collaborazione.
Anzitutto serve empatia. Serve sentirsi tutti dalla stessa parte, sulla stessa barca, nella stessa casa. La città è di tutti e tutti sono della città. L’attenzione a ciò che vi accade dovrebbe divenire naturale e spontanea. Custodirne la bellezza, salvaguardarne la dignità, favorirne la vivibilità è dovere di ognuno che la abita. Saremo allora tutti come delle sentinelle sociali. Vigileremo insieme, con amorevole sollecitudine, su tutto ciò che accade nelle piazze della nostra città, nei suoi parchi, ai cigli delle strade, sulle panchine, nei portici, nei parcheggi, negli angoli più nascosti, dove la povertà si rifugia per vincere la vergogna e a volte per consumare il suo triste epilogo. Ci prenderemo cura della nostra città perché è la nostra casa comune, il nostro comune giardino, il grande cortile su cui tutti ci affacciamo. Le rivolgeremo uno sguardo attento, non tanto per controllarla, quanto per custodirla.
Ci faremo così compagni delle forze dell’ordine, della protezione civile, dei responsabili dei servizi urbani, dei tanti volontari che operano nelle tante associazioni; ma non delegheremo loro questo compito, che in realtà è di tutti. Se dunque vediamo qualcosa che non è giusto e non dovrebbe accadere; se vediamo qualcuno che soffre o che è nel bisogno, che viene offeso o che subisce violenza; se vediamo che il nostro ambiente viene deturpato o spudoratamente sfruttato, non restiamo inerti. Se non potremo intervenire direttamente, se non saremo in grado di risolvere, potremo sempre segnalare a chi potrebbe farlo. Tutto questo è senso civico, ma forse, di più, è amore per la città è empatia che diventa solidarietà.
Serve poi fiducia. L’attenzione alle necessità dei più fragili rischia di essere, se non compromessa, almeno molto condizionata dall’esigenza della sicurezza. Le varie forma della criminalità che le cronache riferiscono, gli atteggiamenti violenti che si riscontrano, le disonestà che si scoprono, ci rendono incerti nel nostro reciproco rapporto. Nella nostra città tutti vogliamo sentirci sicuri. E tuttavia ci rendiamo conto che non possiamo vivere con la paura di doverci continuamente difendere. Se l’altro è sentito come una minaccia, vivremo sovrastati dall’ansia. La sicurezza, che va assolutamente garantita, non può essere il principio su cui poggia il vivere sociale. La società deve certo procurarsi gli antidoti efficaci contro ogni forza di destabilizzazione, e questo è il compito delle forze dell’ordine, ma il vero obiettivo cui la civile convivenza deve tendere per sentirsi sicura è la fiducia. Vi sarà sicurezza stabile in un ambiente sociale quando ci si potrà fidare gli uni degli altri. La sicurezza, infatti, non poggia su sé stessa e sarebbe triste arrivare a dire che si è sicuri perché ci si può difendere. Occorre piuttosto disinnescare tutto ciò genera paura. Se potremo dire che dagli altri non abbiamo nulla da temere, non saremo costretti a stare continuamente in guardia e ci potremo aiutare di più. Lo sforzo maggiore, dunque, va fatto per promuovere la fiducia.
Dobbiamo anzitutto creare un clima, coltivare una sintonia, condividere una visione positiva della vita e della socialità, creare un’opinione pubblica che punta su ciò che è buono, su ciò che vale, che lo apprezza e che lo ricerca con onestà e tenacia. Sarà questo l’argine più robusto che potremo alzare nei confronti di tutto ciò che va nella direzione opposta, che autorizza la violenza, la prepotenza, il sotterfugio, la disonestà. La reazione ferma, istintiva, naturale di tutti noi insieme nei confronti di ciò che non deve succedere è il modo migliore di difendersi. Chi fa del male e lo ritiene normale deve sapere che noi non la pensiamo così, che da noi non riceverà mai giustificazione, che dovrà sempre e subito assumersi le proprie responsabilità e rispondere delle proprie azioni. Dovrà sentire che in questa città si respira una certa atmosfera, che amiamo l’aria pura, in tutti i sensi. Un’opinione pubblica coesa nel rivendicare una visione della vita fondata sui grandi valori, crea un clima di fiducia che rende tutti più sicuri. Vigiliamo dunque sulla sicurezza, ma educhiamoci alla fiducia, perché questa ci renderà più solidali.
Infine, serve collaborazione. La nostra città e il nostro territorio hanno una lunga storia di solidarietà. Tante sono le energie che sono state e sono tuttora poste in campo da soggetti diversi, accomunati dall’unico desiderio di contribuire al bene comune, nelle diverse forme che il vissuto sociale richiede. Non mancano i servizi e non mancano le attenzioni. Certo si può fare di più e anzi si deve. Un coordinamento sempre maggiore dei servizi va continuamente ricercato. Tuttavia, anche i servizi hanno un limite. Occorre qualcosa di più. Occorre quella che qualcuno ha opportunamente chiamato un’alleanza sociale per la speranza. Ecco il compito da assumere: unirsi in un’opera comune, nella quale fondere in un’unica visione gli approcci dei diversi ambiti e delle specifiche identità, istituzionali e associative. Occorre dare vita a progetti condivisi, che nascano dal pensiero di tutti e che si attuino per l’impegno di tutti. Sarà molto importante promuovere un confronto costante. Unire e coordinare meglio le energie e le risorse permetterà di essere più efficaci nell’opera di solidarietà a favore dei più deboli. Davvero dobbiamo fare alleanza.
In questa prospettiva, mi piace qui ricordare il progetto del Dicastero per la Cultura e la Comunicazione denominato Le porte della speranza, voluto da papa Francesco in occasione del Giubileo e pensato per i penitenziari della nostra nazione. Tra questi è stato scelto anche il nostro carcere di Canton Mombello. Al suo interno e in piazza Arnaldo saranno collocate nei prossimi mesi due porte digitali, che creeranno un ponte tra il carcere e della città. Verranno scambiati messaggi di speranza, di casa e di lavoro per chi guarda a un futuro di riscatto, ma anche messaggi di bellezza e di condivisa umanità.
Ai nostri santi patroni affidiamo il nostro umile desiderio di rendere questa città sempre più degna della sua nobile storia, crescendo in umanità, coltivando l’empatia, alimentando la reciproca fiducia e creando alleanze feconde.
Invochiamo in questa celebrazione per i nostri fratelli Azat e Alessandro il riposo eterno e la pace nella casa del Padre, dove tutti un giorno saremo accolti. La loro memoria rimanga viva in noi, come appello a far sì che nella nostra città nessuno mai rimanga solo.






