Mai senza l’altro
“Dobbiamo notare che si è registrato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo: non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci”: queste le parole del cardinale Matteo Zuppi al Consiglio Permanente della Cei, lo scorso 26 gennaio dopo l’ennesimo naufragio avvenuto al largo della Tunisia. Il 2025 si era chiuso con quasi 2.000 morti, su imbarcazioni di fortuna, spesso sotto il controllo dei trafficanti, sempre sulle rotte del mare nel quale si adagia l’ultima isola italiana, Lampedusa. Per la Giornata internazionale della fratellanza umana si è scelto proprio “L’ultima isola”, film di Davide Lomma, su una terribile tragedia avvenuta nel 2013 nelle acque di Lampedusa: un evento che ha scioccato l’Italia e l’Europa. Oggi purtroppo ci abbiamo fatto l’abitudine. Narra una storia straordinaria, con persone comuni divenute “eroi per caso”: otto amici, abitanti di Lampedusa, a mezzanotte escono per una gita notturna in barca, per pescare; si addormentano e all’alba si ritrovano circondati da strane sagome galleggianti, tonde e nere. In quella notte, Vito Fiorino e gli altri salvano 47 naufraghi eritrei, facendoli salire sulla barca di soli 9 metri. Altri 368 annegano. Brescia ha accolto Vito, che vive ancora a Lampedusa e dal 2013 si impegna per sensibilizzare le istituzioni, i cittadini e soprattutto i giovani sulla questione dei migranti.
Con Vito, suor Aziza, donna eritrea, missionaria comboniana, che ha conosciuto centinaia di migranti nel Sinai, in Giordania, in Sudan: al Cinema Eden più di duecento studenti delle superiori e la sera, a Rezzato, molti altri giovani e adulti hanno rivisto le scene drammatiche del naufragio e conosciuto le rotte delle migrazioni. Quelle rotte giungono anche a Brescia, attrattiva per l’offerta di lavoro: gli stranieri residenti a gennaio 2025 erano il 12,2% della popolazione. Nella fascia 0/14 sono 27.919 e rappresentano il 17,54% della popolazione bresciana. “Straniero” è termine improprio, nemmeno descrittivo delle storie di migrazione. A Brescia lo straniero ha il volto di 200 nazionalità (il 44% proviene da Paesi europei come la Romania, l’Albania e l’Ucraina). Molti arrivano per il lavoro, altri fuggono da carestie, disastri ecologici e guerre. Ci sono i ricongiungimenti familiari, ci sono i bambini (circa il 17% dei plessi scolastici del territorio è considerato “ad alta concentrazione etnica”, con oltre il 30% di alunni stranieri, in gran parte tra infanzia e primaria). E, infine, le cosiddette “seconde generazioni”, stranieri nati in Italia, che non presentano molte barriere linguistiche, ma affrontano sfide legate all’identità, alla piena integrazione e al riconoscimento giuridico della cittadinanza. Molto vivono un senso di incertezza e anche nelle scuole se ne stanno ai margini: il 26% dei ragazzi senza cittadinanza italiana è in ritardo di uno o più anni e il 28% si è fermato alla licenza media, con quanto ne consegue.
Queste presenze caratterizzano Brescia e la sua provincia sempre più come realtà multietnica. Sarà anche una terra interculturale, nella quale la conoscenza reciproca diviene dialogo, scambio e ricchezza? Il “Progetto Intercultura”, promosso dall’Area pastorale per la mondialità, dall’Ufficio per la scuola e dalla Fondazione Comunità e scuola, si muove in quella direzione, ha coinvolto studenti universitari e scuole, ha realizzato il sito interculturabs.it come strumento a disposizione di tutti. Intende essere espressione della Chiesa bresciana che non resta a guardare, ma si lascia interrogare e trasformare da presenze concrete e visibili, anche nelle nostre parrocchie.