Con Francesco sulla strada della conversione
SI ricorda oggi il primo anniversario della morte di papa Bergoglio. Su Vatican News la diretta delle celebrazioni previste nella Basilica di santa Maria Maggiore. Il ricordo del card. Zuppi
Alle 7.35 di un anno fa moriva, a Casa Santa Marta, papa Francesco. Aveva 88 anni e guidava la Chiesa universale da poco più di 12 anni, con un Pontificato segnato da grandi documenti, passaggi storici e tanti piccoli segni di cura verso le persone. Solo il giorno prima, provato nel fisico, aveva compiuto la sua ultima uscita tra la folla in piazza san Pietro. Cinque giorni dopo venivano celebrati i suoi funerali e le sue spoglie che, secondo la sua volontà, riposano da allora nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, che oggi accoglierà il solenne ricordo dell'anniversario.
In un comunicato la Basilica mariana ha informato, infatti, che l’omaggio inizierà alle 17, nella Cappella Paolina, che dozzine di volte vide la visita di papa Francesco, con la preghiera del Rosario. Successivamente verrà svelata sul lato destro della Cappella una lapide commemorativa dello speciale legame tra papa Francesco e l’icona della “Salus Populi Romani".
Sulla lapide figura una scritta in latino, realizzata in bronzo e composta da 160 caratteri di due diverse dimensioni, che recita: “Francesco Sommo Pontefice che sostò 126 volte in devota preghiera ai piedi della Salus Populi Romani per sua volontà riposa in questa Basilica Papale 21 aprile 2026 Primo anniversario della morte”.
Dopo il Rosario, alle 18, verrà celebrata la Messa, durante la quale sarà letto il messaggio di Papa Leone XIV, impegnato nel viaggio apostolico in Africa. La celebrazione sarà trasmessa sul maxischermo presente sul fronte della Basilica, in Piazza di Santa Maria Maggiore, e in streaming, come anche la preghiera delle 17 su Vatican News (Segui la diretta).
Sempre in occasione dell'anniversario i media vaticani hanno preparato un documentario di 26 minuti - sottotitolato in italiano, inglese e spagnolo - che attraverso immagini d’archivio e sequenze simboliche racconta il pontificato del Papa della misericordia e delle periferie, nelle sue espressioni e nei suoi gesti più emblematici.
Tra i tanti ricordi del Papa eletto il 13 marzo del 2013 e che sin dalla sua prima comparsa dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro seppe conquistare il mondo, arrivando con le sue parole e il suo annuncio al cuore di credenti e non credenti, uno è particolarmente significativo. Si tratta della prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana”, edito dalla Libreria Vaticana, che porta la firma del card. Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Di seguito viene proposta una sintesi del testo.
“Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa (...) Di tutto, rendiamo lode al Signore! Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. (…) Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura.
(…) A fare da filo rosso c’è l’imperativo "Non lasciatevi rubare la speranza!" (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme.
Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. "Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare" (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare "lasciandovi guidare dallo Spirito", non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché "una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì". È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia.
A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: "Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza" (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: "Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà". Non è romanticismo. È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera.
(…) C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare”.