Dar voce ai bambini che sopravvivono alla violenza
Gli orfani invisibili del femminicidio. La storia di Giuseppe diventa un impegno civile
Per vent’anni ha raccontato che sua madre era morta in un incidente stradale. Oggi Giuseppe Delmonte, presidente dell’associazione Olga, dà voce ai bambini che sopravvivono alla violenza e rischiano di essere dimenticati dalle istituzioni.
Ci sono ferite che non si vedono, ma accompagnano una vita intera. E ci sono bambini che, dopo aver perso la madre per mano del padre, devono affrontare non soltanto il trauma di una tragedia indicibile, ma anche il silenzio, la solitudine e l’assenza di una rete di protezione. Giuseppe Delmonte conosce bene questa realtà. La sua storia, raccontata nel corso di una serata orgnizzata dal Lions Club Capitolium presieduto da Nadia Bertana, è il paradigma di quella degli orfani di femminicidio: vittime due volte, prima della violenza domestica, poi di un sistema che troppo spesso non sa come prendersi cura di loro. Nel 1997 Giuseppe ha 19 anni quando il padre uccide la madre Olga con sette colpi d’ascia, davanti all’ufficio postale, in un sabato mattina affollato. Una morte annunciata, preceduta da anni di maltrattamenti, umiliazioni, violenze psicologiche ed economiche. In casa, racconta, il padre era un uomo capace di presentarsi alla società come lavoratore stimato e padre esemplare, mentre tra le mura domestiche imponeva paura e sopraffazione. Una doppia vita che rendeva ancora più difficile chiedere aiuto e trovare qualcuno disposto a credere fino in fondo a ciò che accadeva. Le denunce, gli interventi delle forze dell’ordine, le minacce e lo stalking non erano bastati a fermare la violenza. Olga aveva trovato il coraggio di lasciare il marito e, per cinque anni, aveva ricostruito con i figli una vita nuova. Giuseppe ricorda soprattutto quei momenti semplici, come andare a mangiare una pizza con la madre, finalmente libera di ridere e scegliere. Piccoli gesti che, dopo anni di terrore, erano diventati la scoperta della felicità. Poi l’assassinio. E, subito dopo, il vuoto. Nessuno si presentò a chiedere ai figli di Olga di cosa avessero bisogno, come avrebbero affrontato le spese, dove avrebbero trovato sostegno. “Eravamo gli orfani invisibili”, racconta Delmonte, ricordando una stagione nella quale questi bambini non erano contemplati né dalla società né dalle istituzioni. Per sopravvivere, scelse di tacere. Per oltre vent’anni disse che i genitori erano morti in un incidente stradale, perché raccontare la verità significava riaprire una ferita insopportabile. La svolta arrivò attraverso un percorso psicoterapeutico, che gli permise di recuperare il passato e trasformare il dolore in responsabilità. Da quella consapevolezza nel 2024 è nata l’associazione Olga, intitolata alla madre, impegnata nella sensibilizzazione e nell’educazione alla violenza di genere, dalla scuola dell’infanzia all’università, con percorsi rivolti anche alle aziende e alle comunità educanti. Accanto alla testimonianza di Delmonte operano professionisti, psicoterapeuti, avvocati e rappresentanti delle forze dell’ordine, perché riconoscere la violenza significa anche imparare a prevenirla. Ma la battaglia riguarda soprattutto chi resta. In Italia, denuncia Delmonte, manca ancora un sistema uniforme di censimento e presa in carico degli orfani di femminicidio. Servono interventi immediati, sostegno psicologico, protezione economica e una rete capace di accompagnare i minori senza lasciarli alla sola disponibilità dei familiari o alla sensibilità dei singoli operatori. Anche i nonni e gli altri parenti che accolgono questi bambini hanno bisogno di aiuto: sono persone colpite dalla stessa tragedia, chiamate improvvisamente a sostenere un dolore immenso. Da qui nasce anche “Il sogno di Olga”, progetto che sostiene il futuro dei giovani attraverso borse di studio universitarie. Giuseppe aveva 19 anni e sognava di diventare medico; dopo la morte della madre, quel progetto gli fu strappato anche dalle difficoltà economiche e psicologiche. Oggi vuole impedire che altri ragazzi perdano, insieme alla madre, anche la possibilità di realizzare i propri desideri. In un anno sono state raccolte dieci borse di studio da 5.000 euro ciascuna.
La storia di Giuseppe ci ricorda che il femminicidio non si esaurisce nel momento in cui una donna viene uccisa. Continua nell’infanzia spezzata dei figli, nei sogni interrotti, nei sensi di colpa e nelle domande senza risposta. Dare loro un nome, ascoltarli e accompagnarli non è un gesto di solidarietà facoltativa: è una responsabilità collettiva. Perché nessun bambino, dopo aver perso la madre, debba sentirsi invisibile.