Le ragioni reali che portano la scuola in piazza
Incertezza è forse una parola-chiave di questi tempi e sotto traccia è sicuramente presente nelle strade e nelle piazze invase di manifestanti
In giorni in cui la finanziaria 2027 vedeva la luce, portando con se una nuova riduzione di docenti e personale Ata (quasi 7.000 in meno per l’anno scolastico 2027/2028) dovuta al calo demografico che riduce gli studenti in classe, “Soldi alla scuola, non alle armi” è uno dei temi ricorrenti nelle recenti manifestazioni studentesche, che in realtà si sono intrecciate con una serie di rivendicazioni di sfere ben più ampie della popolazione, legate al caro-vita, agli affitti…
Le manifestazioni studentesche non sono una novità. Periodicamente si presentano e sono anche una caratteristica importante legata alla generazione più giovane: persone in crescita, che hanno desideri, passioni, voglia di protagonismo e che non di rado vedono disattese, dalla società degli adulti, le loro più o meno solide speranze. Il mondo della scuola, tra l’altro, è un fantastico incubatore di queste speranze: ai più giovani offre l’opportunità di esprimersi, di confrontarsi, di costruire relazioni e inevitabilmente dà loro anche l’impulso a misurarsi con la società che sta loro intorno, li spinge fuori dalla comfort-zone delle loro famiglie (che a volte, suggerisce la cronaca, non è proprio una comfort-zone), da ambienti protetti per guardare al mare aperto intorno a loro.
E allora ecco, nel momento storico attuale, la forte tensione legata alle guerre, all’incertezza del futuro ambientale, ma anche, ad esempio, lavorativo. Incertezza è forse una parola-chiave di questi tempi e sotto traccia è sicuramente presente nelle strade e nelle piazze invase di manifestanti, negli slogan gridati, nella spavalderia ostentata.
E’ sotto queste apparenze che occorre guardare per cogliere il disagio di una generazione che si trova, forse mai come prima, in mezzo a contraddizioni enormi. Uno sviluppo tecnologico rapidissimo e prepotente, che illude sul raggiungimento di benessere per tutti e che si trasforma invece in minaccia; una sovrabbondanza di mezzi di comunicazione – con gli smartphone che sono ormai un prolungamento del corpo – che promettono il villaggio globale e le relazioni permanenti ma si trasformano invece il più delle volte in gabbie isolanti. Folle e solitudini. E ancora: immagini sgargianti e slogan astuti che fanno sognare ricchezza e successo e che finiscono invece per marcare distanza dai mondi reali di chi cerca tutti i giorni di sopravvivere. Con fatica: altra parola bandita dall’immaginario collettivo ma tremendamente reale nell’esperienza di vita delle persone.
Antonio Fundarò, su “Orizzonte scuola” comincia una lunga riflessione sui giovani con queste parole efficaci e suggestive: “Scendono in piazza per chiedere un mondo migliore. Invocano pace, giustizia, libertà, rispetto dell’ambiente e riconoscimento dei diritti. Manifestano, discutono, condividono slogan, costruiscono appartenenze. Poi tornano a casa, accendono lo smartphone e incontrano un altro universo: quello delle automobili di lusso, dei corpi perfetti, delle vacanze straordinarie, delle fortune apparentemente costruite senza fatica e delle esistenze trasformate in spettacolo”.
Come si fa a convivere con tutte queste contraddizioni? Protestare in qualche modo è un segno di vitalità, di presenza, un tentativo di ribellione rispetto all’apatia. Certo anche la protesta ha una grammatica da rispettare per non diventare solo urla e, in alcuni casi, violenza. Tocca gli adulti aiutare i più giovani a prendere in mano le fila delle proprie aspirazioni e ancora la scuola – quella per la quale servono certamente più risorse – può giocare un ruolo decisivo. Magari riprendendo nelle aule i temi di questi giorni, dando fiducia e credito a chi chiede qualcosa di più e aiutando così a maturare consapevolezza ben oltre il senso di frustrazione e rivendicazione che non di rado finisce per crescere dopo l’esplosione delle piazze.