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Castelfranco Veneto
di MASSIMO VENTURELLI 02 nov 08:00

Quando "Voce" incontrò Tina Anselmi

È scomparsa ieri, all'età di 89 anni, una delle figure più autorevoli dell'Italia repubblicana. Originaria di Castelfranco Veneto, Tina Anselmi è stata la prima donna ad assumere, nel 1976 un incarico ministeriale. Nel 2006 "La Voce del Popolo" ebbe modo di incontrarla per un'intervista in cui, partendo dall'esperienza passata, indicava orizzonti e rischi per il Paese

È scomparsa ieri, all’età di 89 anni, Tina Anselmi, la prima donna in Italia ad assumere, nel 1976, un incarico ministeriale. Nata a Castelfranco Veneto in una famiglia cattolica antifascista, ha iniziato il suo impegno civile e politico con la Resistenza ed è proseguito, dopo la guerra, nel sindacato e all’interno della Democrazia Cristiana. Eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 1968, è stata riconfermata sino al 1992, anno in cui si è ritirata dalla vita parlamentare. Nel 1976 è stata, come già ricordato, la prima donna in Italia ad essere nominata ministro. Andreotti, in uno dei suoi tanti governi, le assegnò infatti il dicastero del Lavoro. Tina Anselmi era stata inoltre presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.

“La Voce del Popolo” ebbe modo di incontrare e intervistare Tina Anselmi, una delle figure di spicco dell’Italia repubblicana, nel maggio del 2006, a poche settimane dal 60° anniversario della proclamazione della Repubblica. Fu quella un’occasione per ricordare la nascita della Repubblica, ma anche i rischi e i pericoli a cui il Paese avrebbe potuto ancora andare incontro. Riportiamo il testo integrale di quell’intervista.


Dopo la Resistenza, dopo la scelta della Repubblica, dopo questi sessant’anni le donne e gli uomini italiani possono dirsi più liberi?


La mia esperienza politica, che spesso mi ha portato spesso a fare da apripista, mi consente di dire che sulla libertà non si possano fare bilanci definitivi. Non è corretto chiedere se dopo la lotta di liberazione partigiana, se dopo sessant’anni di vita repubblicana gli uomini e le donne d’Italia siano più liberi che in passato. La libertà va riconquistata ogni giorno con le proprie scelte. È questa la principale tra le regole della democrazia, che si appella a tutti e che non distingue i cittadini per ricchezza, appartenenza sociale, cultura. La democrazia è un grosso investimento sulla persona, solo perché tale ogni individuo ha il diritto di decidere della vita del Paese. Guai ad abbandonarlo. Il rischio è che questo sia raccolto da chi ha interessi tutt’altro che democratici.

Non c’è giorno in cui ogni persona metta in gioco la propria libertà. Solo se ogni uomo è disposto ad impegnarsi in prima persona la nostra libertà sarà garantita. La mia età e le esperienze vissute mi consentono di affermare che senza un minimo di rischio, senza la disponibilità all’impegno non c’è libertà che possa essere garantita.

Sono stata infatti la prima donna italiana ad essere nominata ministro. Sono stata nominata anche presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, per indagare sulla segretezza di un’associazione, dietro cui si celavano interessi non sempre legali e qualche volta antidemocratici. Ho rischiato in prima persona, e con me magistrati e cittadini esemplari, straordinari che non si sono sottratti alla loro responsabilità per rendere il nostro paese un po’ più libero e un po’ più democratico…


La Resistenza fu una lotta contro la tirannide nazifascita. Quali sono (se esistono) i rischi da cui oggi deve difendersi la democrazia italiana?


Credo, senza timore di smentita, che il pericolo da combattere oggi sia quello del potere del denaro come elemento capace di condizionare tutto. Se anche il Papa afferma a gran voce che non può essere il denaro il motore che tutto fa muovere ci deve pur essere un pericolo concreto in questa direzione. So che è semplicistico, ma è così e si tratta di un nemico ancora più pericoloso di quello che fummo chiamati a combattere da partigiani.. Sessant’anni fa, noi giovani di allora fummo costretti ad imbracciare un fucile per riconquistare la nostra libertà e ad affermare la democrazia. Oggi, grazie a Dio, abbiamo lo strumento della partecipazione e del voto. Guai a non usufruirne! Guai a cedere a quel qualunquismo, a quel disinteresse, alla logica della delega in bianco, condizioni in cui rischiano di annidarsi, oggi, i peggiori pericoli per la democrazia del nostra paese.


Nel suo libro “Storia di una passione politica” lei scrive che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne, tranquillità per gli anziani, speranza per i giovani: cosa c’è oggi in Italia di tutto questo?

Dico che c’è molto, ma che ancora c’è moltissimo da aggiungere. La domanda di democrazia si è tradotta in scelte politiche che ancora devono compiersi. Diceva Kennedy che un paese non è democratico sino a che ogni cittadino si sente inutile o è lasciato inutilizzato. Questa è la regola di una democrazia che funziona. Si tratta di messaggi che ancora devono essere raccolti in Italia dove, purtroppo, sono ancora in molti a sentirsi inutili e a rimanere inutilizzati


Eravamo amici anche quando eravamo avversari…Queste sono parole da lei usate nel libro già citati, che testimoniano come, a sessant’anni di distanza, gli scenari italiani siano decisamente peggiorati. Un sistema di contrapposizione politica in cui l’avversario, diversamente che nel passato, è visto come un nemico da annientare, potrà portare alla compiutezza democratica del paese?


Abbiamo ancora molto da lavorare, perché il cammino verso una democrazia matura è ancora lungo. Ancora non è accolto il principio che lo sviluppo del paese richiede un coro di voci che, seppure diverse, ad un certo punto devono accettare di cantare la stessa canzone. Non accettare questo principio finirà inevitabilmente di far rallentare il cammino democratico dell’Italia. Moltia altri paesi hanno capito questo fatto e non a caso ci hanno superato e sono più avanti dell’Italia nel cammino verso una democrazia matura..


È sempre convinta, come è possibile leggere nelle pagine del suo libro, che non ci sia nulla di più esaltante della politica?


Si, perché non c’è forma di carità più alta è della politica, dell’impegno per il paese, per la gente. Quando un politico fa una legge giusta lo fa a beneficio di larghe fasce del paese. Quando firmammo la legge sulla tutela della maternità uscimmo a piena notte da palazzo Chigi per andare a brindare, perché eravamo riusciti ad affermare il principio che la madre avesse il diritto ad essere tutelata. Quando è stata fatta la legge sul nuovo diritto di famiglia sapevamo di avere messo mano ad una normativa che portava concrete migliorie alla condizione della donna nell’ambito famigliare.

La politica, quando è nobile, è impegno a favore di larghe fasce della popolazione. La politica può cambiare in meglio la vita dei cittadini è, sessant’anni di impegno, mi invitano a dire che non  ci sia nulla di più grande, di più esaltante.


La partecipazione delle donne può essere incentivata dai ricordi e dagli insegnamenti di alcuni eventi che hanno segnato la storia italiana del XX secolo?


Purtroppo dobbiamo ancora occuparci della questione femminile perché nel nostro paese non è ancora risolta. Avere solo il 9, 10% di donne nelle istituzioni non è un bel biglietto da visita per l’Italia, soprattutto se tentiamo di rapportarci con quei paesi del nord d’Europa (come la Finlandia) dove la presenza femminile in politica supera il 50%.

Le giovani di oggi, però, non devono rifuggire dalla possibilità di impegno sociale e politico. In questo può tornare utile l’insegnamento della Resistenza. Allora furono moltissime le giovani donne che non si sottrassero alla chiamata, che non esitarono a mettere a repentaglio la loro vita per dare un contributo al futuro democratico del Paese. Non bisogna aver paura di sporcarsi le mani, di prendersi a cure i problemi. La cosa più grave sarebbe quella di voltare le spalle alla chiamata all’impegno. Oggi i tempi sono diversi rispetto a quelli delle Resistenza. Quell’evento deve però insegnare come assumersi proprie responsabilità sia un dovere in eludibile.


Quali interventi potrebbe suggerire ai governanti italiani per accrescere la partecipazione delle donne alla vita politica e sociale del Paese?


Un passaggio non ancora compiuto, ma da compiere al più presto, è quello della messa in campo di servizi capaci di aiutare la donna ad essere presente nel mondo del lavoro, nel sociale, nella politica, per consentirle, insomma, l’assunzione di precise responsabilità. La donna deve essere messa in grado di armonizzare le sue diverse esperienze di madre, moglie, persona impegnata.

I nostri governanti deve rendersi conto che il mondo sta cambiando e che in questa prospettiva la donna deve poter giocare un ruolo di primo piano. Servono dunque precise scelte politiche che aiutino questo passaggio. Scelte politiche che partano dal basso e dalle piccole cose.


Quando si dovrà aspettare ancora per vedere una donna alle più alte cariche istituzionali del Paese?


Personalmente credo che i tempi siano ancora lunghi, anche se non accetto che si dica che le donne non sono ancora mature per queste assunzioni di tali responsabilità. Chi mai si è permesso di sottoporre gli uomini a queste valutazioni? È bene ricordare che le donne, seppure con fatica, qualche spazio l’hanno conquistato e questo è un punto di partenza. Non possiamo dimenticare quale fosse la nostra condizione di donne nel dopoguerra. A noi era preclusa la carriera in magistratura e nelle forze dell’ordine e in tante altre professioni chiuse. Oggi molte questioni sono state superate, anche se il ritardo accumulato è ancora forte.

MASSIMO VENTURELLI 02 nov 08:00