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Roma
di STEFANO DE MARTIS 09 feb 2026 07:41

Sicurezza: da problema a fronte elettorale?

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Sulle manifestazioni violente dei giorni scorsi, da condannare senza appello, si gioca una parte importante della competizione elettorale. Lo sa bene il governo che ha appena sfornato il terzo decreto-legge sulla materia

Innanzitutto bisognerebbe intendersi sul significato del concetto di sicurezza, che in una democrazia ha una portata ben più ampia delle questioni che riguardano l’ordine pubblico e la lotta alla criminalità. La sicurezza sociale, per esempio, l’ambito della previdenza, della sanità, ecc. sono meno sicurezza di quella che si misura con il codice penale? Certamente no, ma è inutile girarci intorno: nel dibattito politico quando si parla di sicurezza ci si riferisce alla sfera “dei delitti e delle “pene”, per attingere al titolo di una celeberrima opera di Cesare Beccaria (che, detto per inciso, nel 1764 si criticava vigorosamente la pena di morte e la tortura). E’ un terreno di importanza decisiva per la raccolta del consenso e su cui demagogia e populismo danno il peggio di sé. Però è un tema vero, reale, concreto. E una democrazia che non sa affrontarlo salvaguardando i principi costituzionali è una democrazia debole.

Sulla sicurezza si gioca una parte importante della competizione elettorale. Lo sa bene il governo che ha appena sfornato il terzo decreto-legge sulla materia, la cui filosofia è stata icasticamente sintetizzata dalla premier: “Serve un approccio più duro”. Le opposizioni accusano l’esecutivo di legiferare sull’onda dei fatti di cronaca e di cadere nel panpenalismo, fronteggiando i problemi a colpi di “strette” e di nuovi reati.

Il percorso parlamentare dei provvedimenti si preannuncia quindi comprensibilmente teso, tanto più che il clima generale è surriscaldato dalla campagna per il referendum sulla separazione delle carriere, come ha dimostrato ulteriormente la scomposta polemica sulle ultime decisioni della Cassazione. Peraltro la data della consultazione è stata confermata per il 22 e 23 marzo. Ma al di là della dialettica politica il nostro ordinamento prevede una serie di strumenti di garanzia che contribuiscono a tenere il confronto nei binari utili a conseguire soluzioni legislative costituzionalmente corrette. In occasione del varo del decreto sicurezza, le cronache hanno dato ampiamente conto di una proficua interlocuzione tra il governo e il Quirinale per aggiustare il tiro su alcune questioni controverse che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alla firma del presidente della Repubblica in sede di emanazione del decreto. Quella che in gergo viene definita moral suasion da parte del Presidente della Repubblica è un’azione preventiva e informale che tende a scongiurare passaggi istituzionalmente traumatici e può trovare accoglienza nell’ambito dell’esecutivo all’insegna di quella “leale collaborazione tra i poteri” che è un principio cardine dei rapporti fra gli organi dello Stato e tra i diversi livelli di governo.

Ma il vaglio preliminare del Capo dello Stato riguarda soltanto gli eventuali aspetti di manifesta incostituzionalità e non sostituisce il giudizio della Corte costituzionale che interviene sulle leggi già in vigore ed esamina approfonditamente tutti i possibili profili di legittimità. C’è da scommettere che anche la nuova normativa finirà davanti alla Consulta. Ma è una dinamica fisiologica. Questo doppio livello di controllo è una tutela per tutti i cittadini e il ruolo degli organi di garanzia non intacca la responsabilità politica dei soggetti che svolgono la funzione esecutiva e legislativa e ne rispondono davanti agli elettori. Anche il rispetto di questo ordinamento è sicurezza per la comunità nazionale.

STEFANO DE MARTIS 09 feb 2026 07:41