Truffelli: 80 anni di Repubblica
“Pur con molti limiti e tante contraddizioni, la nostra Costituzione ha garantito lo sviluppo democratico della società, una progressiva espansione dei diritti, la crescita culturale, economica e civile del Paese”, afferma il docente Matteo Truffelli, ricordando che “il contributo portato dagli esponenti del cattolicesimo italiano all’elaborazione della Carta costituzionale risultò decisivo”
Professore, in che modo la cultura politica cattolica contribuì al dibattito pubblico e alla formazione del consenso attorno alla nuova forma repubblicana dello Stato?
Nel referendum del giugno 1946 la Chiesa non si schierò a favore dell’una o l’altra soluzione istituzionale. Il mondo cattolico italiano, invece, si preparò con cura all’Assemblea costituente.
Già prima del crollo del fascismo si iniziò a studiare e discutere per arrivare preparati al compito di dare vita alla futura democrazia. Basti ricordare il Codice di Camaldoli, elaborato a partire dal luglio 1943, o la Settimana sociale di Firenze dell’ottobre 1945, che raccolse gli esiti di questo lungo lavoro. Il risultato fu che
il contributo portato dagli esponenti del cattolicesimo italiano all’elaborazione della Carta costituzionale risultò decisivo, non solo per l’inserimento in essa di molti dei suoi principi fondamentali, ma anche per la configurazione degli istituti e delle norme su cui si basa la nostra democrazia repubblicana.
Una democrazia attorno a cui il mondo cattolico seppe poi raccogliere il consenso degli italiani, reduci da vent’anni di dittatura e da una guerra disumana, rieducandoli a quel senso di responsabilità civile, personale e collettiva, che la democrazia richiede.
I lavori dell’Assemblea Costituente, momento iniziale dell’Italia repubblicana, ne sono stati anche il vertice non solo per la capacità di sintesi tra tradizioni politiche diverse? Quali elementi di allora ancora oggi risultano particolarmente attuali? E quali andrebbero rilanciati?
Il primo aspetto che vale la pena sottolineare, per il suo valore intrinseco ma anche per la sua fortissima attualità, è proprio la determinazione con cui
i padri costituenti seppero vivere il confronto tra idee, valori e visioni anche molto distanti tra loro. Non rinunciarono mai, infatti, alla ricerca di un punto di incontro, di una sintesi alta tra culture politiche contrapposte.
E lo seppero fare in un momento di fortissimi contrasti, sia nazionali che internazionali. Un secondo aspetto che mi sembra importante ricordare è poi la volontà di dare vita a una democrazia orientata alla costruzione di un futuro migliore, fondata sulla partecipazione, sulla tutela e la promozione dei diritti tanto delle persone quanto delle formazioni sociali, e sul desiderio di fare della Repubblica italiana una promotrice di pace.
Quali snodi, avvenimenti, figure hanno segnato nel bene – o nel male – i primi 80 anni di vita repubblicana?
È davvero impossibile dirlo in poche parole. Mi pare però che, pur con molti limiti e tante contraddizioni, la nostra Costituzione abbia garantito lo sviluppo democratico della società, una progressiva espansione dei diritti, la crescita culturale, economica e civile del Paese.
La scelta di puntare sull’Europa, poi, è stata sicuramente una conseguenza coerente del disegno costituzionale, e un grande merito delle forze politiche che hanno governato la cosiddetta prima repubblica. Così come la capacità di tenuta che la nostra democrazia ha saputo dimostrare di fronte alle drammatiche sfide portate dal terrorismo di destra e di sinistra, dalla criminalità organizzata, dai poteri occulti e dagli apparati deviati dello Stato. Quando però il sistema politico è entrato in crisi, quella che avrebbe dovuto rinascere come una più matura democrazia dell’alternanza si è progressivamente trasformata in una contrapposizione esasperata tra le forze politiche, priva di riconoscimento reciproco, rendendo molto spesso difficile per i cittadini riconoscersi nel confronto pubblico e partecipare a esso.
Quali insegnamenti possono trarre le nuove generazioni dalla stagione costituente, soprattutto in relazione al rapporto tra partecipazione democratica, valori etici e costruzione del bene comune?
A rischio di dire una banalità, direi che la lezione principale è che il bene comune si può costruire solo in comune, cioè insieme, con il contributo di tutti. Chiede a ciascuno di saper mettere in gioco la propria responsabilità, la propria coscienza, la propria passione e i propri talenti. E chiede il coraggio di sperare nel futuro, nella possibilità di costruire una società migliore, più giusta.
Lei è stato presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, associazione che – basti pensare a personalità che vanno da Gedda a Mattarella, passando per Moro, Bachelet e Scalfaro – ha fornito un contribuito significativo alla politica italiana formando una classe dirigente attiva sia a livello locale sia ai vertici istituzionali del Paese. In un’Italia da decenni ormai secolarizzata, quale può/deve essere il contributo dei cattolici alla vita democratica?
Lo ha spiegato in maniera molto precisa e illuminante Leone XIV quando ha incontrato gli esponenti del Partito popolare europeo, lo scorso aprile: c’è un compito che è proprio della comunità ecclesiale, ed è quello che potremmo chiamare
un compito di profezia, che non significa semplicemente indicare grandi ideali o principi, ma saper leggere in profondità il nostro tempo per cogliere ciò di cui ha più bisogno. E poi c’è un compito che spetta a tutti i credenti, ciascuno secondo la propria responsabilità, competenza e coscienza formata, che consiste nel trarre le conseguenze da questa lettura per cercare di tradurre la profezia in scelte concrete, in proposte attorno a cui far maturare un consenso, per cercare di costruire insieme anche a chi non la pensa come noi una società più giusta, più libera, più umana.
@Foto Calvarese/Sir