Il Papa va seguito anche nelle azioni
Ho letto con estremo interesse e coinvolgimento la lettera di don Mario Neva pubblicata su Voce 17 del 29 aprile scorso, lettera dalla quale traspare tutto lo slancio e la passione che l’hanno sempre caratterizzato. Devo dire che condivido al cento per cento quanto afferma don Mario nella lettera, tranne le ultime cinque parole con le quali afferma: “Il Papa non è solo”. Soprattutto con il pontificato di Papa Francesco, ma le cose non stanno per niente cambiando con Papa Leone, ho la netta sensazione che il vertice della nostra Chiesa sia sempre più isolato. Che i potenti della Terra, quelli che, come dice don Mario, poggiano il loro potere sulla forza delle armi, sullo sviluppo delle ingiustizie, sulle non verità, sul conflitto permanente, sugli interessi di parte, ascoltino, o facciano finta di ascoltare, il Papa utilizzandolo o, meglio, strumentalizzandolo solo per quanto fa comodo ai loro disegni di potere. Tutti vorrebbero andare in udienza privata, ma non tanto per ascoltare le sue indicazioni, quanto per esibire le foto ricordo che danno lustro. Che gli entourage dei potenti si comportino allo stesso modo è abbastanza evidente. È quindi scontato che questi ambienti lascino il Papa “solo”.
C’è poi, purtroppo, buona parte del popolo che, nell’indifferenza verso tutto ciò che esula dalla propria individualità o, al massimo, dalla propria ristretta cerchia familiare o amicale, rimanendo estraneo a tutto il resto, non può certo essere considerato vicino al Papa.
C’è poi il “Popolo di Dio”, quelli cioè che essendo battezzati sarebbero membri della Chiesa di cui il Papa è la guida. La domanda che mi pongo da decenni è proprio questa: “I cristiani cattolici sono vicini al Papa? Condividono, cioè, quanto il Papa dice, scrive, insegna…? E ancora, sono impegnati a concretizzare personalmente e comunitariamente nei propri ambienti e nella società per testimoniare e fare da cassa di risonanza a quanto il Papa ci indica?”. All’elenco di situazioni di guerra, ingiustizia, negazione della dignità umana, sopraffazione, dispotismo…, Don Mario offre nella sua lettera alcune proposte che stanno dentro i discorsi del Papa, come la necessità che “l’Europa si decida ad orientarsi in autonomia sui grandi temi dei mercati della finanza, dell’informatica… mettendo al primo posto il benessere di tutti i cittadini, il welfare, la scuola, la sanità…”. Alla fine esemplifica ancora di più con alcune proposte: “Smantelliamo le basi americane, smantellare la base di Ghedi, riconvertiamo le fabbriche d’armi”.
Accertato che gli attuali potenti della Terra ed i propri entourage non saranno vicini al Papa ed alla prospettiva di cambiamento che suggerisce quotidianamente, è chiaro che un cambiamento non può che partire dal basso, da una base che finalmente si ribelli ad un presente che configura un futuro non certo rassicurante.
Faccio veramente fatica a vedere una Chiesa vicina al Papa, pronta a seguirlo nel suo impegno per costruire dal basso un mondo di pace, di solidarietà, di cooperazione, di rispetto dei diritti e delle leggi internazionali, dove la corsa alle armi si trasformi in corsa al vero benessere di tutti. Ad esempio: ho partecipato spesso a manifestazioni per la pace ed anche alla base di Ghedi contro le bombe atomiche lì stanziate; ma quanti erano i cristiani presenti? I soliti sparuti membri di Pax Christi e delle ACLI. Ma, non riguarda forse proprio questi temi il mandato di Gesù agli apostoli, e quindi alla Chiesa “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.” (MT 28;19-20)?
Nel corpo ecclesiale c’è una paura estrema che, trattando ed impegnandosi su questi temi, qualcuno lanci l’accusa che si fa politica, proprio come affermano Trump e il suo vice cattolico Vance nei loro inaccettabili attacchi al Papa.
Nell’ultima sessione del recente Convegno diocesano, tra gli emendamenti presentati alle proposizioni discusse nei gruppi di lavoro, uno proponeva, tra l’altro, “che le comunità parrocchiali, e in modo particolare gli Oratori, stimolino anche un interesse verso la politica nella sua accezione più alta… tornino a farsi luoghi di educazione alla dimensione socio-politica riscoprendo quella che Paolo VI definiva come “la forma più alta di carità… I nostri ambienti educativi promuovano esperienze forti che formino le coscienze ai valori della pace, della giustizia sociale, della custodia del creato, della legalità”. L’emendamento è stato approvato (con un nutrito voto contrario), ma in un momento di pausa, una signora di mezza età, catechista ed animatrice di oratorio, diceva che “trattando di questi problemi in oratorio c’è il rischio di creare divisioni politiche nei nostri ambienti…”.
Ho l’impressione che questo sia il pensiero di molti cattolici e, soprattutto, di molti sacerdoti. Non riesco allora ad immaginare in che cosa possa consistere l’auspicio/invito di papa Francesco ad essere una “Chiesa in uscita”. Perché Papa Leone XIV non sia lasciato solo, è necessario che le sue denunce, le sue prese di posizione, le sue proposte, i suoi appelli siano assunti e praticati dai cristiani, dai Pastori, dalle comunità, da Movimenti e Associazioni e non lasciare, come mi diceva sempre mio padre, “che entrino da una parte ed escano dall’altra” senza lasciare alcun segno.