lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
Roma
di FRANCESCO PROVINCIALI 17 set 2026 22:01

Narrare un'Europa che cerca se stessa

Dopo "Narrare l'Italia", Luigi Zoja – psicanalista junghiano di fama internazionale – amplia il proprio orizzonte e rivolge lo sguardo all'Europa, interrogandosi sulle sue radici storiche, sulle matrici culturali, sulle fratture identitarie e sulle prospettive di un continente che sembra aver smarrito la capacità di riconoscersi come comunità di destino.

Il volume "Il nostro tempo. Narrare un'Europa" arriva in un momento particolarmente significativo. Mentre filosofi, storici e politologi cercano di interpretare il tramonto dell'ordine internazionale nato dopo il secondo conflitto mondiale, l'Europa appare sospesa tra l'aggressività delle nuove potenze globali, il ritorno delle logiche imperiali, l'indebolimento delle democrazie liberali e la difficoltà di elaborare una politica estera e di difesa realmente comune. La guerra nel cuore del continente, l'instabilità del Mediterraneo, la competizione tecnologica, le nuove dipendenze economiche e la frammentazione degli interessi nazionali alimentano un senso diffuso di precarietà che investe non soltanto le istituzioni, ma la stessa idea di Europa.

Sarebbe tuttavia riduttivo collocare il libro di Zoja nell'ambito della pubblicistica geopolitica: l'autore sceglie infatti una prospettiva radicalmente diversa. Non si limita a descrivere gli avvenimenti né a commentare le dinamiche del potere, ma cerca di comprenderne le radici profonde, individuando tre grandi linee di frattura dell'Occidente: quella geopolitica, quella culturale e quella psicologica. È qui che emerge la cifra originale del volume. Lo sguardo dello psicoanalista si sovrappone a quello dello storico e dell'antropologo, nella convinzione che gli eventi collettivi non possano essere spiegati esclusivamente attraverso le categorie della politica o dell'economia.

Il conflitto russo-ucraino rappresenta il paradigma di questa lettura. L'invasione dell'Ucraina costituisce una lacerazione senza precedenti nell'Europa contemporanea, una violazione del diritto internazionale e dei principi morali su cui si è edificata l'Europa del dopoguerra. Zoja non attenua in alcun modo la responsabilità dell'aggressione russa, ma invita a interrogarsi anche sulla dimensione simbolica di quel conflitto. La Russia continua infatti ad abitare l'immaginario europeo come realtà ambivalente: minaccia concreta sul piano politico e militare, ma anche inesauribile serbatoio culturale, evocato dalla grande letteratura, dalla musica, dalla spiritualità e dall'arte. Una presenza che l'Europa non ha mai realmente assimilato né definitivamente respinto.

Non meno significativa è la riflessione dedicata alla matrice ebraica dell'Occidente. Zoja la considera ben oltre la dimensione confessionale: l'ebraismo diventa la memoria nascosta dell'Europa, una componente essenziale della sua identità culturale e morale, spesso rimossa ma mai cancellata.

È proprio questa ambivalenza, fatta di riconoscimento e rifiuto, di appartenenza e persecuzione, a costituire uno dei nuclei irrisolti della coscienza europea. L'antisemitismo, in questa prospettiva, non appare soltanto come un fenomeno storico, ma come il sintomo di una frattura più profonda nella costruzione dell'identità occidentale.

L'Europa che emerge da queste pagine è insieme ricca e fragile. Custodisce un patrimonio straordinario di cultura, diritto, pensiero e istituzioni democratiche, ma vive sempre più spesso di una rendita storica, incapace di trasformare quella eredità in un progetto politico condiviso.

Le identità nazionali continuano a prevalere sulla coscienza europea e l'unità sembra riaffiorare soltanto quando la percezione della minaccia impone risposte comuni.

La domanda che attraversa l'intero libro è allora inevitabile: esiste ancora una coscienza europea? Oppure l'Unione rimane prevalentemente un'architettura economica e istituzionale, priva di quel sentimento di appartenenza indispensabile per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo?

La risposta di Zoja non assume mai i toni del manifesto politico. Da psicoanalista junghiano, egli legge la storia come manifestazione di una psiche collettiva, nella quale archetipi, memorie, paure e rimozioni continuano ad agire ben al di sotto della superficie degli eventi. È in questa prospettiva che acquista particolare significato la sua affermazione secondo cui "ciò che chiamiamo politica è anche la psiche collettiva che prende forma". La politica diventa così il linguaggio visibile di dinamiche invisibili che attraversano le comunità umane.

Proprio questa impostazione costituisce insieme il maggiore pregio e il limite apparente del volume. Zoja privilegia consapevolmente la dimensione simbolica e psicoanalitica rispetto ai grandi fattori strutturali che pure condizionano il presente europeo: la crisi economica che ha accentuato le disuguaglianze sociali, il declino demografico che modifica gli equilibri del continente, la rivoluzione del capitalismo digitale che ridisegna potere e lavoro, le migrazioni, la competizione tecnologica e la successione dei conflitti armati che investono lo spazio europeo e mediterraneo.

Non si tratta però di una lacuna metodologica, bensì di una precisa scelta interpretativa.

L'autore non intende spiegare la crisi dell'Europa attraverso gli strumenti dell'economia o della scienza politica; preferisce indagarne l'inconscio culturale, convinto che ogni trasformazione storica affondi le proprie radici in rappresentazioni simboliche molto più profonde delle contingenze politiche.

È forse questa la ragione per cui ‘Il nostro tempo. Narrare un'Europa’ sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è un saggio di geopolitica, né un trattato di psicologia sociale, né un'opera di filosofia della storia, pur partecipando di ciascuno di questi linguaggi. È piuttosto un esercizio di interpretazione della civiltà europea, costruito secondo quella tradizione mitteleuropea nella quale storia, antropologia, psicoanalisi e filosofia dialogano senza confini disciplinari.

Se il Novecento è stato il secolo delle ideologie e il XXI sembra sempre più dominato dalla competizione tra imperi, dalla rivoluzione algoritmica e dalla personalizzazione del potere, Zoja suggerisce di recuperare una dimensione quasi dimenticata: la profondità della coscienza collettiva. Le guerre, il riemergere dei nazionalismi, la crisi della democrazia rappresentativa e il disorientamento delle società occidentali non sono soltanto eventi politici, ma manifestazioni di processi culturali sedimentati nel tempo lungo della storia.

Più che offrire risposte definitive, il libro restituisce complessità a un continente troppo spesso raccontato attraverso la cronaca delle emergenze. Il suo messaggio appare tanto semplice quanto esigente: l'Europa potrà affrontare le sfide del futuro soltanto se saprà riconoscere la propria continuità storica e culturale, ricostruendo quella memoria condivisa che precede le istituzioni e rende possibile ogni autentica comunità politica.

È questa la lezione più significativa che Luigi Zoja consegna al lettore. Prima di domandarci quale Europa vogliamo costruire, dovremmo forse chiederci quale Europa continuiamo ad abitare interiormente. Perché una civiltà incapace di custodire la propria memoria difficilmente riuscirà a immaginare il proprio futuro. L’autore cerca di trovare risposte a questi interrogativi risalendo la corrente del fiume della storia, fino a considerare le sorgenti identitarie: si tratta di un approccio tutt’affato minimalista ed epidermico, contingentato al presente e assoggettato ai luoghi comuni di quella parte ridondante della geopolitica che non offre spiegazioni oltre gli aspetti coreografici dei suoi principali protagonisti: i cd. “padroni del mondo”.

In questa prospettiva il libro rappresenta anche una coerente prosecuzione del lungo itinerario intellettuale di Luigi Zoja. La formazione junghiana non costituisce infatti soltanto il suo retroterra scientifico, ma il metodo stesso della ricerca. Come Carl Gustav Jung, soprattutto nelle pagine di Risposta a Giobbe, aveva mostrato come i grandi miti e i simboli religiosi custodissero i movimenti più profondi dell'inconscio collettivo, così Zoja applica quello stesso paradigma alla storia europea, leggendo gli eventi politici non come episodi isolati, ma come manifestazioni di archetipi, memorie, rimozioni e immagini che attraversano i secoli e continuano ad abitare la coscienza dei popoli.

È proprio questa fedeltà alla lezione junghiana che distingue il volume dalla vasta produzione contemporanea sulla crisi dell'Europa. Là dove la geopolitica si arresta alla descrizione dei rapporti di forza e l'economia individua le cause materiali delle trasformazioni, Zoja sceglie di interrogare il livello più profondo della storia: quello in cui l'identità collettiva si forma, si smarrisce e, talvolta, riesce a rigenerarsi. La sua non è una fuga dalla realtà, ma il tentativo di comprenderla nella sua interezza, riconoscendo che nessuna civiltà può essere spiegata soltanto attraverso gli interessi economici o le strategie del potere.

In questo senso, "Il nostro tempo. Narrare un'Europa" non è soltanto un libro sul presente del continente: è un invito a recuperare quella coscienza storica e spirituale senza la quale nessun progetto politico, per quanto ambizioso, può davvero durare.


©Foto Unione Europea 

FRANCESCO PROVINCIALI 17 set 2026 22:01