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Brescia
di M. VENTURELLI 30 apr 00:00

Nutrire il pianeta? Proviamoci

Nutrire significa dare da mangiare. Facile immaginare che nei padiglioni allestiti a Milano troveranno spazio i cibi del mondo, le dimostrazioni di come nei diversi punti del pianeta si risponde al bisogno alimentare

“Nutrire il pianeta. Energia per la vita” è il tema di Expo 2015 su cui, tra qualche ora, si alza il sipario. Finalmente, dopo anni di anticipazioni, di polemiche (anche di scandali e di malaffare) finalmente la gente e i milioni di visitatori potranno capire qualcosa in più di questa grande kermesse che terrà banco sino al 31 ottobre prossimo. In attesa di scoprire cosa i 150 Paesi che hanno accolto l’invito del Bureau International des Expositions (l’ente che da sempre organizza le esposizioni universali) hanno portato a Milano, una piccola riflessione può essere fatta sullo stesso tema scelto per i sei mesi di Expo. Quel “Nutrire il pianeta” porta in sé molte suggestioni e altrettante chiavi di lettura. Nutrire significa dare da mangiare. Facile immaginare che nei padiglioni allestiti a Milano troveranno spazio i cibi del mondo, le dimostrazioni di come nei diversi punti del pianeta si risponde al bisogno alimentare. Ma ci sarà anche spazio per quelle che con un inglesismo tanto in voga vengono definite best practice per fare sì che le necessità della nutrizione trovino una virtuosa fusione con quelle di salvaguardare un pianeta forse troppo e male sfruttato.

Quel “Nutrire il pianeta” dirà anche che ci sono ancora troppe zone di questo mondo in cui l’accesso al pane quotidiano non è poi una cosa così scontata. Milioni di uomini, donne e bambini ancora oggi non hanno con il bene primario del cibo un rapporto continuativo. Chi avrà modo di visitare Expo potrà forse rendersi conto di quante differenze ancora ci siano nel mondo rispetto alla “nutrizione”. Differenze che nella maggior parte dei casi non sono dettate dalla natura, dalle condizioni ambientali, ma sono invece frutto dell’egoismo dell’uomo e delle sue politiche.

Impossibile non pensare, anche se il solo parlarne crea polemica (forse perché questi temi vanno a toccare nervi scoperti), a quello che accade alle porte del nostro Paese, in quel Mar Mediterraneo che da culla della civiltà occidentale si è trasformato in bara e tumulo per tanti che hanno affrontato e che continuano ad affrontare un viaggio che ci ostiniamo a definire della speranza, ma che a tutti gli effetti è della disperazione. Certo, la stragrande maggioranza di chi sale sui barconi e affronta il mare aperto lo fa per fuggire dalla guerra, dalla disperazione e, forse, anche dalla fame.

Anni fa, quando il fenomeno migratorio era solo agli albori e Brescia cominciava ad accogliere con curiosità i primi immigrati, più di una “voce” si levò, inascoltata, per dire che se l’Occidente non avesse provveduto a ridare al Sud del Mondo quello che gli aveva sottratto, cibo compreso, per secoli e secoli, il Sud del Mondo, spinto dalla fame, sarebbe venuto a riprenderselo. Quegli scenari sono divenuti realtà e molti si meravigliano, si indignano, alzano barricate. I sei mesi di Expo, con quell’invito a nutrire il pianeta e a individuare le modalità per assolvere a questa urgenza possono forse diventare l’occasione per rimettere a posto le cose e capire che solo da una corretta distribuzione delle risorse può scaturire un’energia positiva per la vita. Utopia? Forse, ma nessuno deve dimenticare che Expo, prima ancora di essere una grande esposizione, è un evento che mira a educare.
M. VENTURELLI 30 apr 00:00